Nei giorni successivi pubblico annunci, condivido fotografie e chiedo in giro se qualcuno abbia perso un gatto, ma nessuno lo riconosce.
Lo porto dal veterinario, non ha il microchip e non sembra appartenere a nessuno, così, nel frattempo, rimane a casa mia.
All’inizio cerco di mantenere le distanze, poi comincio ad avvicinarmi, gli porto da mangiare, lo osservo mentre esplora le stanze e, lentamente, smetto persino di usare la canottiera come mascherina antigas.
Passano i giorni e non succede nulla, nessuno starnuto, nessuna reazione, nessuna allergia.
Alla fine mia madre confessa:
«In realtà non sei mai stata allergica ai gatti.»
La guardo.
«Come sarebbe a dire?»
«Quando eri piccola continuavi a chiedere un cucciolo, così ti abbiamo detto che eri allergica.»
Per anni avevo creduto di rischiare una crisi respiratoria avvicinandomi a un gatto e, invece, era stata soltanto una strategia dei miei genitori per evitare di portarne uno a casa.
Quel cucciolo arrivato dal nulla, però, ormai era rimasto.
Sono passati otto anni ed è ancora con me, a volte è un po’ bastardo, mi ha distrutto mezza casa e continua a comportarsi come se fosse lui il proprietario e io una semplice ospite, ma è anche di una dolcezza infinita e dorme ancora sul mio letto, esattamente come la prima notte.
Nel frattempo mi sono sposata con un uomo fantastico e sto aspettando una bambina che nascerà tra poche settimane, mentre lui, probabilmente, sta già cercando di capire quale parte della cameretta potrà conquistare.
Non ho mai scoperto da dove sia arrivato, non so come sia entrato in casa e non so perché abbia scelto proprio il mio letto, ma a volte penso che sia stato un dono del cielo, arrivato nel momento in cui ero sola e avevo più bisogno di qualcuno.
Lo penso soprattutto quando si accoccola vicino a me, un po’ meno quando distrugge qualcosa o decide di svegliarmi nel cuore della notte.
Il gatto di Rita, invece, non è mai stato ritrovato.
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