A quel punto, poco prima di Natale, dopo averne parlato con altre menti semplici e ingenue come la mia, mi viene un’idea, basta scontri, basta discussioni, basta richieste a voce, proviamo con la gentilezza estrema, una roba quasi francescana.
Preparo un piccolo pensiero dolce, niente di esagerato, una cosa carina, lo accompagno con un biglietto firmato da me e mio marito e, con tutta la delicatezza possibile, rinnovo la richiesta di non far cadere sporcizia sui nostri balconi.
Il mio ragionamento era semplice, magari con un gesto gentile si stemperano gli animi, magari capiscono che non vogliamo litigare, magari pensano che in fondo chiedere di non ricevere capelli, polvere e briciole sui panni appena lavati non sia una pretesa così folle, lascio il regalo davanti alla loro porta e torno in casa.
Passano nemmeno dieci minuti e mio marito sente dei passi sulle scale, quel tipico passo felpato di chi si muove con uno scopo preciso, ascolta per qualche secondo, poi mi guarda e dice:
“Guarda che secondo me ti hanno riportato il regalo.”
Io lo guardo come per dire, ma figurati, dai, non può essere, apro la porta e invece era lì.
Il regalo era tornato indietro, non solo me l’avevano restituito, c’era pure un contromessaggio, perché evidentemente ormai eravamo entrati nella fase diplomatica della crisi dei tappeti e le comunicazioni ufficiali avvenivano tramite bigliettini sulle scale.
Leggo:
“Io i tappeti non li sbatto, gli faccio prendere aria.”
E lì mi sono fermata, perché davanti a una frase del genere non puoi neanche arrabbiarti subito, prima devi assaporarla, devi darle il tempo di entrare nel cervello e sistemarsi comodamente.
Non li sbatte, gli fa prendere aria.
Quindi evidentemente quello che avevo visto con i miei occhi non era uno sbattimento, era una seduta di benessere per tessuti, una specie di centro termale per tappeti, loro uscivano sul balcone, prendevano aria e, per una pura coincidenza, tutta la merda cadeva sul mio bucato.
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