Nel nostro residence, che teoricamente dovrebbe essere un’oasi di pace immersa nel verde con vialetti in autobloccanti, siepi ben potate e regole condominiali degne del codice napoleonico, vive un piccolo mistero urbano: la signora Rita.
Rita ha circa cinquant’anni, è divorziata da un bel po’, e vive al piano terra con il figlio adolescente, Simone. All’apparenza, nulla di strano: lei molto composta, capelli sempre in ordine, tailleurino beige la domenica mattina, borsetta stretta sotto il braccio. Lui classico ragazzo in fissa con auto, marmitte e musica trap, ma tutto sommato innocuo.
Ecco, finché non si accende lo stereo.
Quando Simone accende la musica – non importa se è mezzogiorno, le cinque di pomeriggio o le otto di sera – parte il rituale. Una frazione di secondo dopo il primo “boom boom” dalle casse, la voce di Rita esplode come un tuono nel cielo sereno:
“SPEGNI PO**O!”**
Con tutte le vocali aperte, la “G” urlata come se volesse sradicare i vetri. Un urlo che attraversa pareti, scale e siepi come un richiamo ancestrale. Alcuni bambini del residence hanno iniziato a usarlo come codice: se sentono “Spegni po****o”, è il segnale che possono scendere con le bici perché “sta per succedere qualcosa”.
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