“Eh, so nó mì… si sente l’acqua andare di continuo…”
E mentre lo dice indica il piano superiore, con un gesto secco, accusatorio.
Poi aggiunge, come se fosse la vera informazione rilevante:
“Eh, è una famiglia di africani… si comportano in maniera strana…”
In quel momento capiamo che il problema, almeno nella sua testa, non è tanto l’acqua quanto chi sta usando quell’acqua.
Il Caposquadra dei Vigili del Fuoco prende il comando e inizia a salire le scale, seguito dalla Compagnia del Soccorso: noi dell’ambulanza, i pompieri, tutti carichi come muli. Zaini, bombole, attrezzi, cassette. Non portavamo l’Anello, ma il fiatone era comunque garantito.
Arrivati davanti alla porta incriminata, il Caposquadra — un uomo grosso come una montagna, con mani che sembrano badili — bussa educatamente e si annuncia:
“Vigili del Fuoco!”
Da dentro si sente chiaramente l’acqua scorrere. Continua. Costante. Nessuna risposta. Nessun gemito. Nessun lamento. Nessun segno di vita.
Secondo tentativo.
Non più un bussare: due manate nucleari piazzate sulla porta. Sobbalziamo tutti. Se i cardini fossero stati un po’ stanchi, saremmo entrati direttamente in casa in stile Fred Flintstone, con la porta sdraiata per terra come uno zerbino e una nuvola di polvere.
L’acqua continua. Il silenzio pure.
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