Sono un soccorritore volontario in una pubblica assistenza della mia città e, tra le varie cose che facciamo, c’è anche il servizio in convenzione per il 118. Chi fa questo mestiere lo sa: le attivazioni sono una lotteria emotiva. Può essere una banalità, può essere una tragedia, può essere una storia che ti rimane addosso per giorni o anni. E poi ci sono quelle che, semplicemente, finiscono nel cassetto mentale etichettato come “ma davvero?”.
Quella sera veniamo attivati per un classico “Soccorso a persona”, in contemporanea con i Vigili del Fuoco. Di solito significa una di tre cose: qualcuno è caduto ed è rimasto a terra, qualcuno ha avuto un malore e non riesce ad aprire la porta, oppure — nell’ipotesi peggiore — c’è un decesso da verificare. Insomma, non una chiamata leggera.
Saliamo sull’ambulanza, sirene accese, attraversiamo la città a ritmo sostenuto. Negli ultimi metri ci agganciamo al mezzo dei VVF che ci apre la strada come una nave rompighiaccio, finché non accostiamo tutti insieme sotto una palazzina di due piani, di quelle anonime, che sembrano sempre tutte uguali e che non promettono mai nulla di buono.
Appena scesi veniamo intercettati da un’anziana signora affacciata sulla porta. Non il prototipo della nonnina dolce che ti offre i biscotti. No. Una di quelle con lo sguardo vigile, giudicante, che non vedeva l’ora di avere un pubblico. Ci spiega subito perché siamo lì, senza troppi giri di parole:
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