Ora non so più cosa fare.
Parlare con l’amministratrice del palazzo non servirà: la conosco di vista, è una di quelle persone che ti sorridono e dicono “vedremo”. Gli altri condomini, se anche si lamentano, lo fanno solo in privato. Nessuno vuole mettersi contro un “centro benessere”.
Io, però, ho un carattere fumantino, e temo di perdere la calma.
Non voglio arrivare a gesti di cui potrei pentirmi — ma ogni notte che passa mi sento più vicino al limite. E poi, diciamocelo, non sai mai con chi ti metti contro. In certe attività “benessere” milanesi, meglio non fare troppe domande.
Così mi ritrovo sveglio, a fissare il soffitto, ascoltando le voci che salgono dal terrazzo come un’eco lontana.
A volte penso che potrei scendere e parlarci con calma, ma poi mi conosco: non sono tipo da “calma”.
E intanto l’alba arriva, portando il silenzio — proprio quando dovrei alzarmi.
Quindici giorni a Milano, e già ho imparato una lezione importante:
in questa città, il vero lusso non è il centro benessere.
È dormire.
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