Bussai più volte al loro appartamento. Non ricordo quante, ma erano troppe per la mia indole mite. Una volta mi aprì lui, il ragazzo. Gli spiegai il problema con calma, cercando di restare educato. Mi rispose: “Non dire cazzate.” E chiuse la porta. Se oggi ripenso a quel momento, mi vergogno della mia reazione. Perché non dissi nulla. Rimasi lì, immobile. Dentro, però, qualcosa si spezzò.
Desideravo fare qualcosa di terribile. Volevo gridare, distruggere, urlare tutto il mio rancore represso. Sognavo un lanciafiamme. Sognavo di vederli evacuare in pigiama da un incendio improvviso, mentre lei, scalza per la prima volta, correva piangendo. Era solo nella mia testa, certo, ma diventava ogni giorno più reale. Più presente.
Li incrociavo a volte per le scale. Una volta, in ascensore, restammo soli io e lui. Tre piani in silenzio. Lo fissai con tutto l’odio che avevo accumulato nei mesi. Non parlai. Non avevo bisogno di parole. Lui se ne accorse. Abbassò lo sguardo. Non so se per paura o per imbarazzo. Ma fu l’unica vittoria che ebbi.
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