Sto uscendo con mio figlio, nel passeggino, e la mia ragazza. È una giornata tranquilla, il sole filtra tra le nuvole e sembra tutto perfetto, almeno finché non arrivo davanti all’ascensore.
Premo il pulsante, solita campanellina: ding. Le porte si aprono… e dentro troviamo una piramide disordinata di sacchi dell’immondizia. Sparsi, accatastati male, uno addirittura aperto con una bottiglia di plastica mezza uscita. Il passeggino non ci entra nemmeno a spinta. Nemmeno noi. Ci guardiamo in sincronia, io e la mia ragazza, con uno sguardo che dice: ma che schifo è questo?
Nel frattempo, pochi secondi dopo, si apre la porta dell’appartamento di fronte. Esce il figlio dei vicini – famiglia con due figli, educazione variabile – con un altro sacco dell’immondizia in mano. Chiama l’ascensore che noi avevamo appena visto chiudersi (pieno come una discarica comunale), ci guarda senza salutare, e appena si riaprono le porte, zac! lancia dentro il sacco come fosse una bomba a mano. Poi si gira e rientra in casa, tranquillo come se avesse appena finito una missione benefica per l’umanità.
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