Qualche mese dopo me ne andai. Trovai un’altra sistemazione. Un posto dove il pavimento non era infestato dal suono dei tacchi. Dove il silenzio esisteva ancora. Ma non bastò.
Non l’ho ancora superata.
Ancora oggi, quando sento dei tacchi in un corridoio, sento la pelle che si tende. Mi irrigidisco. Rivedo quel soffitto bianco sopra il mio letto, vibrante al ritmo dei suoi passi. È come una cicatrice che non vuole guarire.
Forse è assurdo. Ma il corpo non dimentica.
E nemmeno io.
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