Il pomeriggio seguente lo sentimmo di nuovo vicino al cancello.
“Ci siete? Posso entrare?”
Ero stanca, stavo ancora lavorando e non avevo voglia di ricominciare con la stessa discussione. Mi uscì la prima cosa che mi venne in mente.
“No, Matteo. Stiamo facendo una riunione segreta.”
Lui si immobilizzò.
“Segreta davvero?”
“Segretissima.”
“Allora torno dopo.”
Per la prima volta se ne andò senza insistere. Io e il mio compagno ci guardammo quasi sollevati. Dieci minuti più tardi sentimmo qualcosa raschiare sotto il cancelletto.
Era un pezzo di cartone strappato da una scatola. Sopra, in pennarello rosso e con una grafia enorme, c’era scritto:
“SCUSATE SE DISTURBO. NON SO QUANDO SI PUÒ PARLARE. SCRIVETELO.”
Alcune lettere erano al contrario. In fondo aveva disegnato quello che, secondo il mio compagno, doveva essere il nostro cane.
La rabbia mi passò quasi tutta insieme. Non perché il problema fosse sparito, ma perché per la prima volta mi domandai che cosa facesse Matteo durante il resto della giornata. Era sempre fuori, sempre alla ricerca di qualcuno, mentre i genitori sembravano accorgersi di lui soltanto quando urlava abbastanza forte.
Questo non significava che dovessimo lasciargli invadere il cortile quando voleva. Significava soltanto che forse continuare a dirgli “vattene” senza dargli una regola comprensibile non stava funzionando.
Sul retro del cartone scrissi:
“Oggi puoi venire dopo le cinque. Da solo, senza urlare e senza toccare il cancello. Ti facciamo vedere i pomodori.”
Lo infilai tra le assi della recinzione.
Alle cinque meno dieci Matteo era già dall’altra parte, seduto nell’erba. Non chiamava, non faceva versi e non scuoteva la rete. Aspettò finché non uscimmo noi.
“Adesso sono le cinque?”
“Quasi.”
“Quindi aspetto ancora?”
“Puoi entrare.”
Gli facemmo vedere le piante e gli demmo un pomodorino maturo. Rimase con noi una ventina di minuti, fece almeno quaranta domande, ma non toccò nulla senza chiedere. Quando gli dicemmo che era ora di tornare a casa, protestò appena e poi uscì dal cancello.
Naturalmente non diventò improvvisamente un bambino silenzioso. Due giorni dopo ricominciò a chiamare il cane attraverso la rete e una mattina trovammo una palla in mezzo alle zucchine. La differenza è che adesso, quando gli diciamo “non è il momento”, domanda:
“Allora quando?”
Gli indichiamo un giorno o un orario e, nella maggior parte dei casi, aspetta davvero.
I genitori non ci hanno mai chiesto perché il figlio venga da noi né dove passi parte dei pomeriggi. La madre, una volta, ci ha visti con lui nell’orto e ha detto soltanto:
“Ah, è qui.”
Matteo continua a comparire dietro il telo, ma ora porta con sé il pezzo di cartone. Sul retro abbiamo scritto giorni, orari, piccoli sì e parecchi no. Lui li controlla come fosse il calendario di un ufficio.
Ieri è arrivato alle cinque precise, ha bussato al cancello e mi ha mostrato un altro cartello:
“OGGI POSSO PARLARE?”
Sotto aveva aggiunto, più piccolo:
“HO ASPETTATO.”
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