Da qualche settimana non riusciamo più a rientrare in casa senza trovare Matteo ad aspettarci.
Ha sei anni, abita nella villetta accanto alla nostra e, appena sente l’auto sul vialetto, compare dietro la rete divisoria. Non importa se stiamo tornando dal lavoro, dal supermercato o se siamo usciti soltanto dieci minuti per portare a spasso il cane: lui è lì, in tuta, spesso scalzo, con le mani aggrappate alla recinzione e gli occhi puntati sul bagagliaio.
“Cosa avete comprato?”
“Niente di interessante, Matteo.”
“Posso vedere?”
“No.”
“Mi fate entrare?”
“No, oggi no.”
“Perché?”
Le prime volte ci faceva quasi sorridere. Vive in una famiglia numerosa, ha due fratelli, biciclette e palloni sparsi ovunque, pensavamo fosse semplicemente curioso. Poi ha iniziato a presentarsi ogni volta che mettevamo piede fuori casa.
Se annaffiavo, chiedeva di tenere il tubo. Se il mio compagno sistemava una mensola in garage, lui infilava le dita tra le maglie della rete e commentava ogni attrezzo. Se uscivamo con il cane, cominciava a chiamarlo e a fare versi finché quello non si agitava.
Quasi sempre arrivava anche la sorellina, più piccola e ancora meno consapevole dei confini. I due correvano lungo la recinzione, lanciavano sassolini nel nostro vialetto e cercavano di guardare dentro dalle fessure. Non erano cattivi, ma non si fermavano mai.
Una sera trovammo il bidone del compost rovesciato. Matteo era dall’altra parte della rete.
“Sei stato tu?”
“No.”
“Ti ho visto adesso.”
“Allora forse sì.”
Sua madre era sul terrazzo con il telefono all’orecchio. Alzai la voce abbastanza perché mi sentisse.
“Scusa, puoi dire a Matteo di non toccare le nostre cose?”
Lei si sporse appena.
“Matteo, lascia stare.”
Lui si allontanò di due metri. La madre rientrò in casa e, meno di un minuto dopo, tornò davanti al bidone.
La volta successiva buttò giù una carriola appoggiata al muro.
“Ops”, disse.
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