L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Sempre alla rete

Provammo a parlarne con i genitori senza trasformare tutto in una guerra tra vicini. Una sera incontrammo il padre davanti ai bidoni e gli spiegammo che i bambini venivano continuamente alla rete, toccavano le nostre cose e agitavano il cane.

“Sono bambini”, rispose. “Gli passerà.”

“Non stiamo dicendo che fanno chissà cosa. Vorremmo soltanto un po’ di tranquillità quando siamo nel nostro cortile.”

“Se vi danno fastidio, ditegli di andare via.”

Era esattamente quello che facevamo da settimane, ma ogni nostro no diventava l’inizio di una trattativa.

Sabato mattina stavamo uscendo per una passeggiata. Matteo cominciò a correre intorno al cancello facendo versi e chiamando il cane, mentre la sorella batteva le mani contro la rete.

“Matteo, basta. Allontanati un momento.”

“Ma lui vuole giocare!”

“No, si sta agitando.”

Il mio compagno aprì il cancello e il cane gli passò tra le gambe prima che riuscisse ad agganciare bene il guinzaglio. Matteo partì a corrergli dietro urlando, peggiorando tutto. Il cane attraversò il prato e sparì verso i campi.

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Impiegammo più di mezz’ora per trovarlo. Quando tornammo, sporchi e furiosi, la madre dei bambini era ancora sul terrazzo.

“Avete trovato il cane?” domandò.

“Sì. Per fortuna.”

“Eh, quelli quando partono…”

Mi aspettavo che richiamasse almeno Matteo, che nel frattempo ci seguiva a pochi passi, invece tornò a guardare il telefono.

Quella sera decidemmo di mettere un telo ombreggiante sulla recinzione. Non sarebbe stato bellissimo, ma almeno avrebbe impedito ai bambini di passarci la giornata con il viso tra le maglie.

Mentre lo fissavamo, Matteo comparve dall’unico tratto rimasto scoperto.

“Perché mettete quello?”

“Per avere un po’ di privacy.”

“Cos’è la privacy?”

“Vuol dire che qualche volta vogliamo stare qui senza essere guardati.”

“Ma io non vi guardo.”

In quel momento aveva entrambi gli occhi dentro una fessura.

Il giorno dopo il telo era abbassato da un lato. Non sapevamo se fosse stato il vento o una delle sue mani, ma lo rimettemmo a posto e aggiungemmo altre fascette. Matteo seguì tutta l’operazione camminando avanti e indietro dall’altra parte.

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“Adesso non vi vedo più.”

“È un po’ quello lo scopo.”

Rimase in silenzio, cosa piuttosto insolita per lui.

“Allora come faccio a sapere quando posso venire?”

“Puoi aspettare che ti chiamiamo noi.”

“Ma non mi chiamate mai.”

Non seppi cosa rispondere.

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