La mattina seguente arrivò suo figlio con un tecnico. La quercia caduta venne tagliata e portata via a pezzi, mentre l’altra fu controllata e potata. Eliminarono i rami più pesanti, soprattutto quelli rivolti verso casa mia, e sistemarono la recinzione.
Marco seguì tutto il lavoro in silenzio. Sembrava più offeso dall’albero che da me, come se la quercia, cadendo, gli avesse dato torto davanti a tutti.
Quando gli operai finirono, venne al cancello.
“Quella rimasta adesso è sicura.”
“Me lo auguro.”
“Il tecnico ha detto che sta bene.”
“Marco, io non ho mai voluto che morissero. Volevo soltanto che non cadessero nel mio giardino.”
Abbassò lo sguardo.
“Lo so.”
Non si scusò e io non glielo chiesi. Dopo anni di discussioni, quel “lo so” era già più di quanto mi aspettassi.
Da allora qualcosa cambiò. Non diventammo amici, ma ricominciammo a salutarci. Un pomeriggio mi portò una cassetta di pomodori del suo orto.
“Questi almeno non fanno ombra.”
“Prima li controllo”, gli dissi. “Non vorrei fossero stati annaffiati con rancore.”
Rise. Era da tanto che non lo sentivo ridere con me.
Ogni tanto si fermava al cancello e parlavamo per qualche minuto. Mai delle querce, naturalmente. Discutevamo del tempo, delle bollette, dei lavori in strada. Sembrava che entrambi avessimo deciso di lasciare quegli anni dentro il tronco caduto, senza il coraggio di ammettere quanto fosse stata stupida tutta quella guerra.
A febbraio suo figlio suonò alla mia porta di mattina presto. Dalla faccia capii subito che non era venuto per la recinzione.
Marco era morto durante la notte. Un infarto, nel sonno. Aveva sessantanove anni.
Al funerale mi sedetti verso il fondo. Non eravamo parenti e non eravamo mai stati davvero amici, ma quando vidi il figlio mi tornò in mente la sera in cui aveva provato a convincerlo a potare. Pensai a tutti quegli anni trascorsi a mugugnare davanti al cancello, alle fotografie sul mio telefono e ai pomodori portati come una tregua che nessuno aveva dichiarato.
Piansi. Non per una grande amicizia perduta, perché non sarebbe stato vero, ma per il tempo sprecato a difendere due metri di confine come se da una parte e dall’altra non ci fossero persone destinate, prima o poi, a sparire.
Qualche settimana dopo, il figlio di Marco venne a controllare la quercia rimasta.
“Se ti dà fastidio la faccio togliere”, mi disse.
Guardai l’albero. Dopo la potatura era più rado, ma sano. I rami non arrivavano più sul terrazzo e la mattina lasciavano passare abbastanza luce.
“No, lasciala. Basta tenerla controllata.”
Lui sorrise.
“Papà sarebbe contento.”
“Non esageriamo. Tuo padre direbbe che avevo finalmente capito.”
Oggi quella quercia è ancora lì. Perde foglie, lascia cadere ghiande e ospita gli stessi uccelli che continuano a svegliarmi troppo presto. Ogni tanto brontolo mentre pulisco il terrazzo, poi mi ricordo di Marco che la osservava dal giardino come se fosse la cosa più importante che avesse piantato in vita sua.
Sulla rete nuova, proprio sotto l’albero, suo figlio ha appeso una piccola targhetta con il suo nome. Non gliel’ho chiesto io e, quando l’ho vista, non ho detto niente.
La prima ghianda dell’autunno è caduta accanto alla mia tazza di tè. L’ho raccolta e, invece di lanciarla oltre il confine come facevo una volta, l’ho appoggiata sul muretto.
Marco avrebbe sicuramente detto che alla fine aveva vinto lui.
E, almeno su quella quercia, forse glielo posso concedere
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