L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

L’albero del Signor Marco

La prima ghianda mi colpì in testa mentre stendevo il bucato. Non mi fece male, ma quando alzai gli occhi e vidi i rami delle querce di Marco già protesi sopra il mio terrazzo pensai: “Ecco, ci siamo arrivati”.

Quelle querce le aveva piantate anni prima, lungo il confine tra le nostre proprietà, a meno di due metri dalla rete. All’epoca erano due alberelli sottili, poco più alti di lui, e Marco ne parlava come se avesse appena riforestato mezza provincia.

“Vedrai che meraviglia quando cresceranno.”

Io la meraviglia la vedevo già: ombra sul terrazzo, foglie nelle grondaie e radici in cerca di territorio. Ma avevamo sempre avuto rapporti civili e non volevo iniziare una guerra per due piante appena messe a dimora.

Mi chiamo Anna e ho imparato che, quando un vicino pianta un albero troppo vicino al confine, i primi anni sembrano darti ragione quelli che dicono di non preoccuparsi. Poi l’albero cresce e loro continuano a comportarsi come se fosse ancora alto un metro.

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Le querce di Marco crebbero in fretta. Prima arrivarono le foglie secche, poi le ghiande, infine i rami. Il mio terrazzo, che prendeva il sole quasi tutto il pomeriggio, cominciò a restare in ombra sempre prima. Le grondaie si intasavano, gli uccelli mi svegliavano all’alba e una volta trovai persino un piccolo ramo incastrato nello stendibiancheria.

Il giorno della ghianda decisi di parlargli.

“Marco, quelle querce stanno diventando enormi. Non sarebbe il caso di potarle un po’?”

Lui alzò lo sguardo verso le fronde con l’espressione soddisfatta di un padre alla recita scolastica.

“Ma sono bellissime.”

“Non ho detto che sono brutte. Ho detto che i rami stanno arrivando sul mio terrazzo.”

“La natura non conosce confini, Anna.”

“La rete, però, sì.”

Rise, convinto che stessi scherzando. Poi mi spiegò che le querce non si potevano tagliare a caso, che bisognava rispettarne la forma e che gli alberi erano esseri viventi.

“Anch’io sono un essere vivente, Marco, e vorrei prendere un po’ di sole senza ricevere una ghianda in fronte.”

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Questa volta non rise. Disse che avremmo rivalutato la situazione l’anno successivo, perché in quel momento una potatura avrebbe potuto danneggiarle.

L’anno successivo gli feci la stessa domanda e scoprii che anche quella era la stagione sbagliata. Qualunque mese scegliessi, per Marco esisteva sempre un motivo botanico per rimandare.

Nel frattempo le querce continuavano a crescere e lui aveva cominciato a parlare di loro al femminile, come se fossero due parenti.

“Quella a sinistra quest’anno è splendida.”

“Quella a sinistra mi sta entrando in casa.”

“Esagerata. È ancora lontanissima.”

Un ramo arrivava quasi alla ringhiera del terrazzo, ma per Marco evidentemente la distanza si misurava in base alla proprietà: se partiva dal suo giardino era sempre lontano.

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