Io entro in acqua con mia cugina, giochiamo un po’, spruzzi, risate, tutto bene.
Finché vedo il vicino che decide di entrare pure lui in acqua, sigaretta ancora in bocca, e dirigersi verso gli scogli. “Va a fare le cozze”, dico tra me e me, perché ormai la scena è chiara: un uomo, un mare, un mollusco e un disastro ambientale in arrivo.
Allora dico a mia cugina:
“Vediamo che fine fa la sigaretta.”
Due secondi dopo mi giro, ed eccola lì: la cicca che galleggia accanto a lui, come una bandierina della maleducazione.
Mi avvicino e, con la mia migliore ironia passivo-aggressiva, gli dico:
“Scusa, ti è caduta la sigaretta!”
E lui, tranquillo come se stessimo parlando del tempo:
“No, nun m’è caduta, l’ho buttata n’acqua perché era finita.”
In quel momento sento il sangue salirmi alla testa. Mi accendo io, non la sigaretta.
Lui però, cercando di giustificarsi, aggiunge:
“Tanto oggi l’acqua è così pulita, alla fine ce sta solo ‘a sigaretta mia, capito?”
Io rimango interdetto. Quella logica contorta per cui “se è tutto pulito, posso sporcarlo io” dovrebbe essere studiata in laboratorio.
Prima che possa rispondere, interviene mia cugina — piccola, ma con la prontezza verbale di un giudice ambientale:
SPLASH!
Gli tira una secchiata d’acqua addosso e gli grida:
“E appunto, tu brutto puzzone la stai sporcando!”
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