Ieri ero a Fiumicino.
Chiunque conosca la zona sa che definirla spiaggia turistica è un atto di fede: tra plastica, cartacce e oggetti non identificati che galleggiano come relitti moderni, sembra più un set post-apocalittico che il litorale romano.
Eppure, miracolosamente, quella mattina l’acqua era pulita. Non dico i Caraibi, ma almeno niente salvaslip galleggianti, niente carta di pizza, niente nastri adesivi che ti si attorcigliano alle caviglie. Persino trasparente.
Un evento raro, degno di essere documentato dall’ONU.
Stavo con mia cugina, undici anni e il carattere di chi ha già deciso che il mondo è un posto ingiusto e che lei è lì per farlo notare a tutti.
Ci sistemiamo sotto l’ombrellone, pronti a goderci quel miracolo momentaneo di civiltà e acqua limpida.
A un certo punto il mio vicino di ombrellone, tipico esemplare di bagnante da Fiumicino — canottiera, tatuaggi sbiaditi e accento romano da doppiaggio di un film di Verdone — si accende una sigaretta e se la va a fumare a riva, con l’aria di chi si crede in un film francese d’autore.
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