Dentro di me, esplode il monologo interiore:
“Certo, signora, ma magari la prossima volta me lo scrive su WhatsApp prima che mi venga un infarto? Magari mi avvisa con un cartello: Attenzione, cane libero ma con buone intenzioni. Oppure, se proprio vuole lasciarlo senza guinzaglio, lo faccia in un campo da rugby, non tra i paraurti delle Panda parcheggiate.”
Lei, intanto, ride, richiama il cane come se stesse invitando un bimbo a cena:
— «Vieni qua, amore, vieni dalla mamma!»
Il cane obbedisce a metà — prima annusa la mia ruota, poi annusa la mia scarpa (giusto per ribadire il dominio territoriale) — e finalmente si decide a tornare da lei.
Io mi giro verso mia figlia, ancora un po’ scossa, e le dico per tranquillizzarla:
— «Hai visto? Non fa niente!»
E lei, asciugandosi le lacrime:
— «Allora perché urlavi papà?»
Touché.
La vicina, intanto, si allontana serena, canticchiando, mentre io resto lì con il cuore a 120 e la consapevolezza che la prossima volta, quando sentirò un abbaio, salirò in casa in 3 secondi netti — o farò installare un tornello con riconoscimento guinzaglio.
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