Nel frattempo, proprio davanti a quei parcheggi apre un pub-ristorante. Per una volta il locale funziona, arrivano clienti e quindi, inevitabilmente, qualcuno utilizza i parcheggi pubblici.
Apriti cielo.
Durante l’estate il vicino entra persino nel ristorante con intenzioni tutt’altro che pacifiche.
Poi arriva il mio turno.
Lavoravo al supermercato durante il primo periodo della pandemia. Una sera torno a casa dopo undici ore di turno, distrutta, e trovo libero soltanto uno di quei famosi parcheggi.
Parcheggio.
Vado a farmi la doccia.
Il tempo di uscire dal bagno e sento urla nel cortile.
Guardo fuori e trovo lui in mezzo al cortile con una mazza di ferro in mano, che urla contro il nulla e contro chiunque gli capiti a tiro.
Ero talmente stanca e arrabbiata che sono uscita a rispondergli senza neanche rendermi conto di essere ancora in reggiseno.
Chiamiamo carabinieri e polizia. Arrivano, parlano praticamente con mezzo quartiere, raccolgono racconti da decine di persone, ma alla fine la risposta è sostanzialmente che, finché la situazione non degenera davvero, possono fare ben poco.
La scena che però mi è rimasta più impressa non riguarda nemmeno i parcheggi.
Un pomeriggio una nostra vicina anziana cade dalle scale e si rompe l’anca. Riesce a trascinarsi fuori dalla porta per cercare aiuto e chiamare mia madre, ma noi, con finestre chiuse e condizionatore acceso, non sentiamo nulla.
Loro invece sono lì.
Fuori dalla porta.
La guardano mentre cerca di rialzarsi e, invece di aiutarla, ridono.
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