Passo davanti alla villa e li vedo. Comitato di benvenuto già schierato in giardino.
Appena scendo dall’auto, lei chiama la sua fedele “vicina testimone”, la curiosona. Mi aspettavano.
Percorro il vialetto e riparte l’attacco. Io esplodo.
Le chiedo se devo sorbirmi la sua faccia di ma ogni volta che entro in casa.
Lei mi dà della “terrona di ma” a ripetizione.
Io la rimando a fare in culo, non una, ma almeno quindici volte. Più urlava, più insistevo. Una scena da mercato rionale impazzito.
Alla fine entro in casa, ma sono a pezzi. L’ennesima crisi.
Il giorno dopo, torno dal lavoro e cosa trovo? Il marito e il figlio cinquantenne, piantati davanti al cancellino a braccia conserte, come due buttafuori da film.
Io resto in macchina a piangere per dieci minuti finché, stanchi, rientrano.
La verità è che sto impazzendo. Vivo con l’ansia: la mattina quando esco, la sera quando torno. Il mio compagno li ignora e loro si concentrano su di me.
L’unica via d’uscita sembra vendere la casa, scappare.
E sapete cosa mi ha detto il carabiniere?
“Eh, se siete fortunati muore prima lei.”
Capito? La mia serenità domestica appesa… all’anagrafe.
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