Il mio VDI non abita nel mio condominio, dorme nella camerata sotto la mia e indossa la mia stessa divisa. Siamo in caserma, lui è un collega siciliano e, in teoria, questo dovrebbe semplificare parecchio le cose: niente amministratori, assemblee o raccomandate, basta scendere una rampa di scale e dirgli di smetterla.
In teoria.
Le nostre camerate sono separate da un’intercapedine che, probabilmente per qualche miracolo dell’ingegneria militare, possiede un’acustica spettacolare. Non isola i rumori, li raccoglie, li amplifica e li distribuisce al piano superiore con una qualità che certi auditorium possono soltanto sognare. Se sotto cade una moneta, noi possiamo quasi capire se sia da uno o due euro. Se qualcuno parla in bagno, sembra di averlo seduto accanto al letto.
Il mio collega ha scoperto questa caratteristica prima di tutti e ha deciso di metterla al servizio della musica neomelodica.
Non la ascolta in camerata, cosa che sarebbe già abbastanza fastidiosa. La ascolta nel cesso, perché evidentemente le piastrelle gli garantiscono quel riverbero da concerto abusivo che cercava da una vita.
La prima volta ero sdraiato sul letto dopo una giornata infinita, quando dall’intercapedine è salita una voce disperata che cantava di amori impossibili, tradimenti, gelosie e donne che non rispondono al telefono. Ho pensato fosse la suoneria di qualcuno. Poi è partita la seconda canzone, quindi la terza.
Il volume continuava a salire.
Sono andato verso il bagno e lì ho capito tutto. La musica arrivava da sotto, rimbalzava sulle pareti e risaliva perfettamente nella nostra camerata. Ogni acuto attraversava il pavimento con una nitidezza impressionante.
Io odio il neomelodico.
Non è un’antipatia leggera, del tipo “non è il mio genere”. Mi provoca proprio una reazione fisica. Dopo tre minuti comincio a irrigidire la mascella, dopo cinque valuto di arruolarmi in una missione all’estero pur di cambiare camerata.
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