Preoccupato per l’atmosfera, mi spostai vicino alla panchina del nostro vicino. Speravo che mi vedesse e che la mia presenza lo spingesse a calmare i suoi giocatori, ma era completamente preso dalla partita e non si accorse nemmeno di me.
Mancava poco alla fine quando il numero 7 scappò lungo la fascia. Superò un difensore e un secondo giocatore gli andò incontro per fermarlo. In quel momento l’allenatore si alzò dalla panchina e urlò con tutto il fiato che aveva: “AMMAZZALOOOO!”
Il difensore travolse il numero 7 con un intervento che sembrava uscito da un incontro di wrestling. Mio figlio fischiò, corse verso il giocatore e gli mostrò il cartellino rosso, poi raggiunse la panchina ed espulse anche l’allenatore. Quell’urlo lo avevano sentito tutti.
Il vicino scattò in piedi e corse verso di lui. Mio figlio rimase fermo, mentre l’uomo gli urlava in faccia ogni genere di insulto, tirando in mezzo anche me e mia moglie. Poi, proprio mentre il ragazzo stava per allontanarsi, gli sferrò un calcio sulla coscia.
A quel punto persi completamente la testa. Cominciai a scuotere la rete metallica con entrambe le mani, cercando un modo per raggiungerlo, mentre urlavo che se lo avessi preso gliel’avrei fatta pagare. Non ne vado fiero, ma in quel momento avevo visto un uomo adulto colpire mio figlio di sedici anni e non riuscivo più a ragionare.
Mio figlio interruppe immediatamente la partita e corse negli spogliatoi tra urla e fischi. Due o tre persone trattenevano l’allenatore e altrettante trattenevano me. Quando il vicino finalmente mi riconobbe, ebbi l’impressione che avesse capito soltanto allora chi aveva appena preso a calci.
Vennero chiamati i Carabinieri perché mio figlio si rifiutava di uscire senza essere scortato. Io riuscii a calmarmi solo quando entrai nello spogliatoio e lo vidi. Paradossalmente, era lui quello più lucido.
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