L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

L’arbitro

Quando arrivarono i Carabinieri uscimmo insieme. Il campo, pochi minuti prima pieno di urla, era ormai deserto. Tornammo a casa e io continuavo a ripensare alla scena, ancora sconvolto e arrabbiato.

Quella sera suonarono alla porta. Aprii e trovai il vicino insieme alla moglie. Lui piangeva, lei lo incalzava perché chiedesse scusa. Disse di aver perso la testa, volle parlare con mio figlio e, appena lo vide, provò persino ad abbracciarlo.

Poi arrivò alla vera ragione della visita: “Ti prego, non essere troppo duro nel referto. È stata una mia stupidaggine.”

Mio figlio lo guardò e rispose con una calma che io, quel giorno, non ero riuscito ad avere: “Accetto le sue scuse, ma le persone come lei non possono allenare dei ragazzini.”

Il vicino se ne andò in lacrime. Era una scena pietosa, ma io rimasi lì a guardare mio figlio e capii che, a sedici anni, si era dimostrato molto più maturo sia dell’allenatore sia di suo padre.

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Il giudice sportivo inflisse al nostro vicino cinque anni di squalifica e, per quanto ne so, non allenò più. Ricevemmo le scuse di entrambe le società e il presidente della squadra gestì seriamente l’accaduto, intervenendo con ragazzi e genitori per ricordare quale dovrebbe essere il comportamento dentro e fuori da un campo.

Mio figlio continuò ad arbitrare ancora per qualche anno, poi smise. Il vicino, invece, negli anni successivi si è sempre comportato bene e ancora oggi, quando ci incontriamo sulle scale, non crea alcun problema. Forse è diventato davvero un buon vicino, o forse si ricorda perfettamente di quella partita. Di sicuro me la ricordo io.

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