Quando arrivò sua madre, capimmo da dove provenisse almeno una parte di quella gestione domestica. Rimase con noi per due settimane e cominciò a dettare nuove regole: i bicchieri dovevano essere sistemati in ordine di altezza e i lampadari andavano spolverati ogni settimana.
Nel frattempo arrivò un pacco destinato alla coinquilina, o meglio, non arrivò. Lei ci accusò di non averlo ritirato, finché non si scoprì che aveva scritto male l’indirizzo. Naturalmente anche quello, in qualche modo, era diventato colpa nostra.
A quel punto avevamo già ricevuto persino una lettera da un avvocato. L’apoteosi arrivò quando la coinquilina coinvolse i Carabinieri e tre di noi furono chiamate a raccontare la situazione.
Noi spiegammo tutto: la moka, i post-it, il fax per ospitare due amiche, il bagno chiuso a chiave, i lucchetti sul pensile, le bollette ricalcolate, lo zucchero presumibilmente rubato e il pacco spedito all’indirizzo sbagliato.
I Carabinieri, ascoltando il racconto completo, finirono per ridere.
La proprietaria, ormai esasperata, decise che l’unico modo per liberarsi della situazione fosse mandare via tutti. Poco dopo, però, chiese praticamente in ginocchio a noi tre di tornare nell’appartamento.
Quindi alla fine la coinquilina da incubo riuscì davvero a imporre la propria regola definitiva: fece uscire tutti da casa. Peccato che le uniche invitate a rientrare fossimo noi. Ma quella è un’altra storia.
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