Una moka piena di caffè lasciata sul fornello è riuscita, nel giro di qualche mese, a portarci prima una lettera dell’avvocato e poi i Carabinieri. Nel mezzo ci sono stati post-it, fax, bagni sequestrati, pensili chiusi con due lucchetti e chiamate al 118.
Ai tempi dell’università dividevo casa con altre quattro ragazze. Non era il classico appartamento studentesco pieno di feste e gente che rientrava all’alba: conducevamo vite abbastanza tranquille e, a causa degli impegni diversi, spesso riuscivamo a incontrarci tutte insieme soltanto a cena.
Una delle coinquiline, però, a un certo punto cominciò ad avere difficoltà nello studio e decise che la responsabilità fosse nostra. Il primo problema diventò la moka. Essendo quasi sempre la prima a uscire, preparavo il caffè e lo lasciavo alle altre per la colazione. Per lei, quella moka con il caffè ancora dentro non era un gesto gentile, ma sporcizia intollerabile.
Poi cominciarono a comparire post-it in tutta la casa:
“Dovete chiedermi il permesso se invitate qualcuno.”
“Dovete avvisarmi se viene una persona a pranzo o a cena.”
Non chiedeva semplice cortesia: pretendeva di autorizzare personalmente gli ospiti delle altre quattro inquiline.
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