Inizio questo nuovo capitolo consapevole di come lo inizierò, ma non di come lo terminerò.
Ci sono troppe cose da raccontare, troppi episodi da ricordare e troppi dettagli da infilare in un solo post, quindi cercherò di procedere con ordine, il mio concetto di ordine, ovviamente.
La bio mamma è una donna sulla quarantina, esile, non molto alta, capelli nerissimi, occhi scuri e una voce meravigliosamente gracchiante, una di quelle che riconosci anche dall’altra parte del quartiere.
Ma la sua vera caratteristica è un’altra.
È convinta di sapere tutto.
Qualunque sia l’argomento, lei conosce la risposta, medicina, alimentazione, politica, scuola, ambiente, educazione dei figli, animali, astronomia, probabilmente saprebbe spiegare anche come riparare il telescopio Hubble con una pinza e del nastro isolante.
Il soprannome “bio mamma” nasce proprio da questo.
Per anni si è vantata di nutrire i figli esclusivamente con prodotti biologici e naturali, pubblicando sui social fotografie delle sue terrificanti creazioni culinarie, magari subito dopo essersi taggata nel più famoso fast food del pianeta, quello con la M gialla, che evidentemente produce hamburger biodinamici.
Ha poi un’altra qualità rara.
Riesce a litigare con qualsiasi forma di vita antropomorfa.
Ha discusso con il vicino di destra, quello di sinistra, quello del piano di sopra, quello di due piani sopra, con il padrone di porchettocane, con metà del condominio e, probabilmente, se il mio nano da giardino prendesse vita, litigherebbe anche con lui.
E io un giardino nemmeno ce l’ho, il nano è parcheggiato nel camino della terrazza, nella speranza che un giorno prenda fuoco, cosa che inspiegabilmente continua a non accadere.
Ma oggi non voglio raccontarvi del suo carattere.
Voglio parlarvi del suo enorme amore per gli animali.
Soprattutto per i cani.
E vi avverto già che questa non è una storia allegra.
Il cane che ha oggi è adorabile, davvero, senza ironia.
Prima però ne aveva un altro, un cane che ha amato alla follia fino alla sua morte, quella definitiva.
Sì, perché prima di morire davvero era già morto almeno altre due o tre volte.
Circa dieci anni fa si ammalò gravemente.
Il veterinario riuscì a salvarlo, ma fu molto chiaro, spiegò che quel problema sarebbe tornato e che, quando sarebbe successo, non lo avrebbe più operato perché avrebbe soltanto prolungato inutilmente la sofferenza dell’animale.
Per qualche anno tutto andò bene.
Poi la malattia tornò.
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