Stamattina sono uscito per una visita. Al ritorno l’ascensore non era disponibile e mi sono trovato davanti alle scale. Ho cominciato a salire molto lentamente, tenendo una mano sul corrimano e l’altra contro il muro.
Dopo la prima rampa avevo già dolore. Alla seconda mi sono fermato, ho respirato e ho aspettato qualche secondo. È difficile spiegare l’umiliazione che si prova quando il proprio palazzo diventa una montagna, soprattutto se ricordi perfettamente quando facevi quegli stessi gradini due alla volta.
Proprio in quel momento si è aperta la porta del vicino.
Era in tenuta da ciclismo e stava portando fuori la bici. Mi ha visto fermo sul pianerottolo, piegato leggermente in avanti, con una mano stretta al corrimano.
Avrebbe potuto salutare e passare. Avrebbe potuto chiedermi se avessi bisogno di aiuto. Invece ha sorriso.
“Allora, come andiamo?”
Il tono era quello che si usa con qualcuno che sta facendo una scenetta, non con una persona visibilmente in difficoltà.
Ho provato a riprendere fiato.
“Come vuoi che vada?”
“Eh, ti vedo un po’ affaticato.”
“Di me…a, non vedi come tribolo?”
Per qualche secondo non ha detto nulla. Probabilmente non si aspettava che rispondessi così. Era abituato ai miei “bene”, “insomma” e “si tira avanti”, quelle formule educate che permettono agli altri di fare una domanda senza dover ascoltare davvero la risposta.
Poi ha scrollato le spalle.
“Dai, non te la prendere. Te l’ho chiesto per sapere come stavi.”
“No, tu lo vedi come sto. Mi hai visto fermarmi due volte su una rampa. Se vuoi sapere come sto, me lo chiedi normalmente, non con quel tono.”
“Ma quale tono?”
“Quello che usi ogni volta che mi racconti quanti chilometri fai e mi ricordi che io non riesco più a farli.”
Ha subito negato.
“Non posso mica smettere di fare sport perché tu stai male.”
“Non te l’ho mai chiesto. Puoi fare anche il Giro d’Italia ogni mattina. Ti chiedo solo di non usare quello che fai tu per farmi pesare quello che non posso fare io.”
Mi ha risposto che ero diventato troppo suscettibile e che probabilmente il dolore mi portava a interpretare male le persone. Anche quella, naturalmente, secondo lui era una forma di incoraggiamento.
“Magari sei tu che vivi male i successi degli altri.”
Quella frase mi ha fatto arrabbiare davvero.
“Non vivo male i tuoi successi. Vivo male il fatto che tu venga a esibirli davanti a uno che fino a pochi mesi fa faceva sport e adesso fatica a raggiungere casa propria. Se non capisci la differenza, non posso spiegartela io.”
Lui ha afferrato la bici e ha cominciato a scendere, borbottando che non si poteva più dire niente. Io sono rimasto sul pianerottolo, ancora dolorante, ma almeno avevo finalmente detto quello che mi tenevo dentro da mesi.
Pensavo che la discussione fosse finita lì. Invece, arrivato al piano superiore, ho sentito la porta d’ingresso aprirsi di nuovo. Il vicino era tornato indietro.
Per un istante ho creduto che volesse scusarsi.
“Comunque oggi faccio solo quaranta chilometri”, mi ha detto. “Un giretto tranquillo.”
Poi è sceso con la bici.
Io mi sono seduto sul gradino e ho aspettato che il dolore diminuisse. Non ero geloso dei suoi quaranta chilometri, avrei soltanto voluto percorrere senza soffrire gli ultimi dodici gradini.
Nel pomeriggio mi ha scritto un messaggio: “Spero tu non te la sia presa. Bisogna sempre pensare positivo”. Non gli ho risposto. Poco dopo ha pubblicato una fotografia della bici davanti a un panorama, con la scritta: “Mai cercare scuse, solo soluzioni”.
Quella sera l’ho incrociato mentre rientrava. Aveva ancora casco e occhiali, ma stavolta non mi ha detto quanti chilometri avesse fatto. Ha sollevato la bicicletta per non sporcare le scale e mi ha superato in silenzio.
Quando è arrivato al primo piano si è voltato.
“Vuoi una mano a salire?”
Non sapevo se fosse una domanda sincera o soltanto un altro modo per ricordarmi che ne avevo bisogno. Ho esitato, poi gli ho consegnato la borsa.
Lui l’ha portata fino alla mia porta senza parlare. Appena l’ha posata, però, ha guardato l’orologio sportivo e ha detto:
“Vedi? Anche oggi ho fatto qualche scala in più.”
La bici era lucidissima. La sensibilità aveva ancora bisogno di manutenzione.
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