All’inizio pensavo fosse soltanto una persona poco sensibile. Ci sono quelli che, quando vedono qualcuno malato, si sentono in imbarazzo e parlano dell’unica cosa che conoscono. Ho provato a interpretarlo così, anche perché non volevo convincermi che un adulto potesse davvero divertirsi a infierire su una persona in difficoltà.
Poi le coincidenze hanno iniziato ad accumularsi.
Se mi vedeva rientrare lentamente, usciva con la bici. Se mi fermavo sulle scale, passava raccontando a voce alta quanto aveva pedalato. Una volta stavo salendo con una borsa leggera, ma a metà rampa ho dovuto appoggiarla perché mi tremavano le gambe. Lui scendeva vestito da ciclista e si è fermato a guardarmi.
“Tutto bene?”
“Insomma.”
“Bisogna tenersi in movimento, altrimenti ci si arrugginisce.”
Gli ho spiegato che non ero sedentario per scelta, che avevo dei problemi e che muovermi, in quel momento, non dipendeva dalla forza di volontà.
“Sì, però se uno si lascia andare è peggio.”
Quella frase mi ha fatto male più del solito. Non perché credessi avesse ragione, ma perché toccava esattamente il senso di colpa che avevo già. Ogni giorno mi domandavo se stessi facendo abbastanza, se avrei potuto sopportare un po’ più di dolore, se il mio corpo sarebbe tornato quello di prima. Non avevo bisogno che un vicino trasformasse una malattia in pigrizia.
Gli ho risposto che erano questioni mediche e lui ha fatto quella faccia di chi finge di rispettare la risposta, ma dentro ha già deciso che ti manca soltanto la disciplina.
Anche sui social pubblica qualsiasi cosa: la bici appoggiata al cartello del paese, il percorso registrato, il caffè dopo l’allenamento, le gambe davanti a un panorama, la velocità media. Non ci sarebbe nulla di male, se poi non venisse a controllare che io abbia visto.
“Hai visto il giro di domenica?”
“No, ultimamente guardo poco Facebook.”
“Centodieci chilometri. Ho messo tutte le foto.”
“Complimenti.”
“Una volta facevi anche tu queste cose, vero?”
Quel “una volta” gli veniva particolarmente bene.
Ho smesso di aprire i suoi post, poi ho silenziato il profilo. Non volevo arrivare al punto di provare rabbia vedendo una bicicletta. La bici non aveva colpe e neppure il fatto che lui fosse in salute. Quello che mi infastidiva era la necessità di venirmelo a ricordare ogni volta.
Un pomeriggio lo trovai ancora davanti al garage, impegnato a lucidare un telaio che sembrava già appena uscito dal negozio. Mi chiese come andavano le gambe e, prima che potessi rispondere, cominciò a raccontarmi di una salita affrontata quella mattina.
“Quasi mille metri di dislivello. Sono arrivato su senza mai mettere piede a terra.”
“Buon per te.”
“Hai visto? Alla nostra età basta non fermarsi.”
Quella volta gli dissi chiaramente che non mi ero fermato perché mi mancava la voglia.
“Lo so, lo so, hai i tuoi problemi. Però anche la testa conta.”
“Certo che conta. Infatti uso la testa per non fare cose che i medici mi hanno detto di non fare.”
Rise come se avessi risposto in modo permaloso.
“Non te la prendere, cercavo di incoraggiarti.”
Era diventata la sua frase preferita. Mi punzecchiava, poi chiamava incoraggiamento la mia irritazione.
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