Quella sera tirammo fuori tutti i palloni dalla casetta. Erano undici, non nove: due erano rimasti nascosti dietro un sacco di terriccio. Li mettemmo in fila davanti alla siepe, scattammo una fotografia e li restituimmo in blocco insieme a un biglietto:
“Ultimo rimbalzo. Dal prossimo, si cambia campo.”
Inviai anche all’amministratore le fotografie della lampada, della tenda e del mucchio di palloni, spiegando che non contestavamo il normale gioco dei bambini, ma la sua ripetuta invasione nel nostro spazio. Lui rispose invitando i vicini a spostare la porta e ricordando che eventuali danni alle proprietà altrui non potevano essere liquidati come semplice vivacità.
Il giorno dopo bussò il figlio maggiore. Avrà avuto tredici anni e, senza i genitori accanto, sembrava molto meno arrogante.
“Ci dispiace. Promettiamo che staremo attenti.”
Gli dissi che non ce l’avevamo con loro, ma che non potevamo più uscire in giardino chiedendoci cosa sarebbe arrivato dalla siepe.
“Potete girare la porta?”
“Papà dice che dall’altra parte roviniamo l’erba.”
Guardai il mio vaso spezzato, ancora appoggiato vicino al muro.
“E quindi è meglio rovinare le cose mie?”
Abbassò gli occhi e non rispose. Gli dissi comunque che apprezzavo fosse venuto a parlare e per un paio di giorni non arrivò nulla. Il silenzio mi sembrò quasi innaturale. Bevvi persino il caffè fuori senza tenere d’occhio la siepe.
Al terzo giorno sentii gridare: “Tira!”
Subito dopo arrivò lo “SBAM”.
Il pallone superò la siepe, colpì il tetto della casetta degli attrezzi e cadde accanto alla mia sedia. Il ragazzo rimase immobile dall’altra parte.
“Scusi, è scappata.”
Lo raccolsi, ma stavolta non lo rilanciai.
“Chiamate vostro padre.”
Arrivò dopo qualche minuto, già infastidito.
“Ci eravamo chiariti.”
“Infatti. E la porta è ancora nello stesso punto.”
“È partito un tiro, non facciamone una tragedia.”
Gli mostrai il pallone e indicai la casetta.
“Dal prossimo avevamo detto che si cambiava campo. O girate la porta, oppure metto una rete divisoria e vi mando il conto insieme a quello della lampada.”
“Non potete mettere quello che volete.”
“Nel mio giardino posso proteggere quello che avete già danneggiato. E questa volta ho fotografie, date e messaggi.”
Non so se fu la rete, il conto o il fatto che ormai anche l’amministratore conoscesse la storia. So soltanto che quella sera vidi il padre e i due figli trascinare la porta di plastica verso il lato opposto del giardino. Non sembravano felici, ma la spostarono.
Noi facemmo comunque installare una rete discreta sopra la siepe, pagandola di tasca nostra. Da allora qualche pallone è ancora arrivato, ma molto più raramente e senza la violenza di prima. Quando succede, i ragazzi suonano, chiedono scusa e aspettano che glielo restituiamo. Perfino la lampada, dopo settimane di silenzio, ci è stata rimborsata a metà.
La nonna, invece, quando mi incontra nell’androne gira la faccia come se fossi io quella che ha bombardato il suo giardino per mesi.
L’ultimo pallone è arrivato domenica scorsa. È passato sopra la rete con una traiettoria quasi verticale ed è atterrato sull’erba senza colpire nulla. Il ragazzo maggiore ha bussato e mi ha detto:
“Scusi, Marta. Quando può.”
Gliel’ho restituito subito.
Prima di andare via ha guardato la rete e ha aggiunto:
“Comunque papà dice ancora che è troppo alta.”
Gli ho sorriso.
“Digli che poteva scegliere tra questa e me in porta. Ma dopo la pallonata in faccia ho smesso di giocare gratis.”
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