La prima volta che un pallone mi ha colpita in faccia stavo stendendo una federa e, dall’altra parte della siepe, nessuno ha pensato nemmeno di chiedermi se mi fossi fatta male.
Mi chiamo Marta e vivo da anni al piano terra di un condominio moderno, in un appartamento con un piccolo giardino privato. Quando l’ho comprato, quel fazzoletto di verde era la parte che mi piaceva di più: qualche vaso, una sdraio, un tavolino per il caffè e abbastanza spazio per passare un pomeriggio all’aperto senza dover andare da nessuna parte.
Il giardino accanto è identico al mio, separato soltanto da una siepe. Ci vive una coppia con due figli pieni di energia e, sia chiaro, non ho mai preteso che due bambini giocassero in silenzio. Il problema è che loro non giocano semplicemente a pallone, sembrano allenarsi per abbattere tutto ciò che si trova oltre il confine.
All’inizio capitava ogni tanto. Sentivo un tonfo, uscivo e trovavo una palla tra i gerani.
“Scusi, ce la può rilanciare?”
La raccoglievo e la restituivo. Nessun problema.
Poi i tiri sono diventati sempre più frequenti. Uno al mattino, due nel pomeriggio, cinque nel giro di mezz’ora. Palloni di cuoio, palloni più piccoli, uno talmente duro che quando colpì la parete pensai fosse caduto qualcosa dal balcone di sopra. Finivano sul tavolino, contro le persiane, tra i panni appena stesi. Una volta ne trovai uno dentro un vaso, con la pianta piegata a metà.
Ogni volta si affacciava uno dei ragazzi.
“Signora, la palla!”
Non “Per favore”, non “Scusi”, soltanto “La palla”, come se fossi l’addetta al recupero.
Un pomeriggio la madre mi vide raccoglierne l’ennesima.
“Potete stare un po’ più attenti? Qui ci sono vasi e altre cose che possono rompersi.”
“Eh, sono bambini.”
“Lo so, ma il giardino è il mio.”
“Sì, però giocano.”
La conversazione finì così, con lei che rientrava in casa e io che restituivo comunque il pallone.
Il colpo in faccia arrivò qualche settimana dopo. Stavo sistemando la biancheria quando la palla superò la siepe e mi prese sulla guancia. Non mi feci davvero male, ma per lo spavento lasciai cadere il cesto e due asciugamani finirono per terra.
Dall’altra parte sentii ridere.
“Ragazzi, mi avete colpita!”
Per qualche secondo non rispose nessuno, poi una voce disse:
“Ce la ridà?”
Fu in quel momento che capii che per loro non ero una vicina. Ero una sponda.
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