In quella specie di corte ero il marito in pectore di un uomo creativo, bizzarro e completamente imprevedibile.
Lavorava nel mondo della pubblicità e somigliava a una versione molto più affascinante del Mago Otelma. Era oggettivamente bellissimo, un bambolotto tenero e carino, almeno finché non si svegliava nel cuore della notte con gli occhi iniettati di sangue e l’espressione di chi avrebbe potuto trafiggerti la giugulare.
Aveva una passione smisurata per le discariche, i mercatini dell’usato e l’antico Egitto. Girava spesso con un turbante in testa, ciabatte imbarazzanti e ogni genere di ornamento: argento, pietre, collane di legno e bracciali talmente grandi da rendere complicato persino attraversare i controlli aeroportuali.
Quando dovevamo prendere un volo, arrivavamo con sei ore di anticipo. Una serviva per viaggiare e fare il check-in, le altre cinque per svuotarlo al metal detector.
Casa nostra era piena di oggetti provenienti da ogni luogo e da ogni epoca, tutti apparentemente indispensabili: statue di Tutankhamon, ruote di carro presumibilmente egizie, svariate copie del Corano, pietre di dimensioni considerevoli e acquasantiere, perché evidentemente mancava proprio quella nota capace di staccare.
A completare l’arredamento c’era l’incenso, bruciato ventiquattr’ore su ventiquattro.
Per questa particolare scelta stilistica, l’intero paese aveva soprannominato casa nostra “il Riad”.
Io vivevo quindi con il vicino da incubo per eccellenza e, poco alla volta, lo stavo diventando a mia volta.
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