Nel febbraio del 2009 lasciai quello che, fino a quel momento, consideravo l’amore più importante della mia vita. La vita, del resto, è piena di amori più importanti della vita, soprattutto quando, nonostante tutto, continui a credere nell’amore, nel genere umano e nella possibilità che prima o poi le cose funzionino.
Il problema non era soltanto lui. Insieme alla relazione avrei dovuto sopportare per sempre anche le due vicine da incubo della sua famiglia: sua nonna, che viveva dietro la porta di sinistra, e sua madre, sistemata dietro quella di destra.
La nonna, buonanima, anche se sul “buona” avrei qualcosa da obiettare, era l’implacabile marescialla di una famiglia rigorosamente matriarcale. Governava il cortile impartendo ordini con tono militare e pretendeva che ogni disposizione venisse eseguita senza domande.
Poteva ordinarti di innaffiare il prato mentre pioveva perché, secondo lei, non stava piovendo abbastanza.
“Vai a bagnare l’erba.”
“Ma sta piovendo.”
“Appunto, così viene meglio.”
La madre, invece, era una Stephanie Forrester del paese: sarta abilissima, sempre pronta a cucire un orlo e altrettanto capace di tessere intrighi, sotterfugi e alleanze familiari. Riusciva quasi sempre a farla franca, aiutata anche dal fatto di essere la madre del parroco.
Io vivevo esattamente nel mezzo, fra il comando militare della porta di sinistra e la diplomazia ecclesiastica di quella di destra.
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