Ho invitato a bere i vicini del piano di sotto dopo aver passato mesi a evitarli persino in ascensore.
Mi chiamo Marta, abito al terzo piano di un condominio a Milano e loro sono una coppia sulla settantina. Non avevano mai fatto nulla di così grave da giustificare una guerra aperta, ma erano diventati una presenza costante nella mia giornata: televisione a volume altissimo fino a notte fonda, cane che abbaiava a ogni rumore sul pianerottolo e tapparelle sollevate alle sei e mezza del mattino con una violenza che sembrava l’inizio di una demolizione.
All’inizio avevo cercato di essere ragionevole. Avevo scritto un biglietto educato, senza accuse: “Buongiorno, forse non vi rendete conto, ma di notte la televisione si sente molto nell’appartamento sopra. Sarebbe possibile abbassarla un po’? Grazie.”
Nessuna risposta. La televisione, invece, aveva continuato a sentirsi benissimo.
Per qualche mese avevo lasciato correre, finché una sera ero rientrata dal lavoro con il mal di testa, stanca e già poco incline alla diplomazia. Appena entrata in casa avevo sentito il televisore così forte che sembrava di avere Bruno Vespa seduto sul divano.
Sono scesa e ho suonato. Mi ha aperto la signora.
“Mi dispiace disturbare, ma potreste abbassare un po’? Da casa mia si sente tutto.”
“Non è così alta.”
“Le assicuro che lo è. Sono al piano di sopra e riesco a seguire il programma parola per parola.”
“Allora saranno i muri fatti male.”
“Può darsi, ma il telecomando lo avete voi.”
Non l’avevo insultata, però il tono era quello di una persona che aveva finito la pazienza da almeno dieci minuti. Lei mi aveva fissata, aveva risposto “Buonasera” e mi aveva chiuso la porta in faccia.
Due mattine dopo avevo trovato sullo zerbino una manciata di crocchette. Poteva essere stato il cane, potevano essere cadute da un sacchetto, poteva essere una coincidenza. Il fatto che abitassero al piano inferiore rendeva poco chiaro come fossero arrivate proprio davanti alla mia porta, ma non avevo prove.
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