Il primo vero scontro con i miei nuovi vicini iniziò per un rettangolo di cemento che, secondo il contratto, apparteneva al mio appartamento ma che, secondo l’amministratore, apparteneva a lui perché ci parcheggiava da quarant’anni.
Avevo venticinque anni, ero single e mi ero appena trasferito in un piccolo condominio di sei appartamenti, abitato quasi interamente da persone del posto. C’erano due coppie mature, due famiglie con figli, una vedova che usciva all’alba per andare a fare le pulizie e infine io, l’ultimo arrivato. La coppia più anziana gestiva il condominio occupandosi delle scale, delle bollette e della manutenzione.
Accanto al palazzo c’era uno spiazzo con quattro posti auto, senza cancello né sbarra. Al mio appartamento ne spettava uno, indicato chiaramente nel contratto e nella relativa planimetria: quello immediatamente sotto il mio terrazzo.
Nelle prime settimane non avevo ancora portato la macchina, che era rimasta a casa dei miei. Quando finalmente la recuperai, entrai nello spiazzo e parcheggiai nel posto assegnato al mio appartamento. Poco dopo mi suonò l’amministratrice.
“Devi spostarla subito. Quello è il posto di mio marito.”
Le spiegai che risultava assegnato a me, ma lei non volle nemmeno ascoltare. Disse che suo marito si sarebbe arrabbiato e che sarebbe stato meglio per me togliere la macchina. Prima di andarsene aggiunse che, se l’avessi lasciata lì, avrebbe potuto anche rigarmela.
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