Non era una serata diversa dalle altre. Succede da mesi, quasi ogni sera, e ormai riconosco il percorso delle corse anche senza sapere come siano disposte le loro stanze.
Di solito sopporto. Non sono mai salita a lamentarmi, perché cerco di mantenere buoni rapporti con i vicini e rimando sempre il momento di affrontare il discorso.
Quella volta, però, avevo appena impiegato più di un’ora a far addormentare mia figlia.
È arrivato un altro salto e dal lettino l’ho sentita chiamare.
Sono tornata in camera. Era sveglia.
Non so quanto tempo fosse passato da quando l’avevo posata, ma abbastanza poco da avere ancora addosso tutta la cautela con cui ero uscita. La porta accompagnata, i passi leggeri, l’attesa prima di convincermi che potessi finalmente fare altro.
L’ho ripresa in braccio mentre sopra continuavano a correre.
Ero arrabbiata e stanca. Così ho scritto uno sfogo nel gruppo, pensando che almeno lì avrei potuto dire quanto mi pesasse ricominciare da capo.
Un’ora per niente
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