A un centinaio di metri da casa mia c’è una pizzeria, percorrendo il breve tratto che la separa dal mio condominio si incontrano, nell’ordine, una piccola palazzina, una bifamiliare, una villa singola e quattro villette a schiera.
Una di queste, da molti anni, viene affittata alle famiglie americane della vicina base militare.
Generalmente gli inquilini interagiscono poco con il vicinato, ma come ho già raccontato altre volte esiste sempre il fattore C, il cane, che ti obbliga a conoscere persone che, probabilmente, non avresti mai avuto il piacere di incontrare.
Fino a poco tempo fa in quella villetta abitava una famiglia con un alano nero gigantesco.
Lo chiameremo Gaetanino.
Gaetanino era grande più o meno come un piccolo asino, pesava tranquillamente un centinaio di chili e aveva una testa grande quanto un pensile della cucina.
La recinzione della villetta era bassissima, una semplice rete verde nascosta da una siepe, proprio nel punto in cui un piccolo gradino permetteva a Gaetanino di alzarsi sulle zampe posteriori e affacciarsi comodamente sul marciapiede.
Lo faceva sempre all’improvviso.
Aspettava il passaggio di qualcuno e, senza il minimo preavviso, compariva con quella testa enorme spalancando la bocca in un latrato umido, sbavante e decisamente poco rassicurante.
Una signora una volta cadde seduta per lo spavento, qualche bambino iniziò a piangere disperato, la vicina chiamò più volte i vigili, mentre la padrona, elegante come una comparsa di Desperate Housewives, osservava la scena con assoluta indifferenza.
Anch’io, lo ammetto, davanti a quel bestione ci ho lasciato parecchi mesi di vita, tanto che ormai attraversavo direttamente la strada pur di evitarlo.
La sensazione era sempre la stessa.
Che con un semplice balzo potesse ritrovarsi fuori dalla recinzione.
Fuori, in realtà, era un cane persino socievole.
Da dietro quella rete, invece, sembrava il custode degli inferi.
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