La mia vicina di casa è, sulla carta, una donna molto pacata. Nel senso: la vedi per le scale ed è sempre composta, gentile, educata. Poi però rientra in appartamento e si trasforma in un megafono umano. Lavora in smart working e ogni sua chiamata di lavoro diventa una conferenza aperta a tutto il palazzo. Non serve spiare, non serve appoggiare l’orecchio al muro: basta respirare. La sua voce ti arriva diretta, pulita, come se avessi attivato l’audio in viva voce. A volte ho la sensazione di conoscer meglio i suoi clienti che i miei colleghi.
Non contenta, ha un rituale mattutino ormai immutabile: alle 6.30 esce di casa per la passeggiata. Come lo so? Perché ogni volta sbatte la porta con tale violenza che le pareti tremano. Non è che chiuda: giura vendetta. Poi torna, e di nuovo porta che sbatte, vibrazioni che fanno scattare gli allarmi delle auto in strada.
Fin qui, uno si abitua. Ma l’altra mattina — ore 5, puntualissima la mia sveglia suona — succede il capolavoro. Mi alzo, ancora mezzo addormentato, e vado in cucina.
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