Vengo in questo posto da parecchi anni ormai, l’isola e questo piccolo borgo sono diventati praticamente la nostra seconda casa, i profumi, i colori, il mare e quei ritmi lenti sono alcune delle ragioni per cui ogni estate torniamo qui con la stessa voglia della prima volta.
Sono passati ormai sette anni dall’episodio che sto per raccontare, ma lo ricordo ancora perfettamente.
Mia figlia aveva appena due anni e rideva continuamente, una risata fragorosa, contagiosa, che faceva ridere chiunque la sentisse. Sembrava Raffaella Carrà dopo tre caffè.
Non era una bambina che urlava, non piangeva continuamente, non litigava con il fratello, semplicemente rideva, e lo faceva negli orari più normali del mondo.
Anche se, ormai l’ho capito, la normalità è un concetto molto relativo.
Quell’anno alloggiavamo in un appartamento diverso da quello che sarebbe poi diventato il nostro rifugio abituale.
Il vicino era il figlio dell’anziana signora che ancora oggi gira per il paese spingendo un passeggino vuoto, un uomo sulla cinquantina, enorme, rasato, con una faccia permanentemente arrabbiata. Era nel pieno di una separazione e aveva trascinato i figli in vacanza più per obbligo che per piacere.
Portava sempre un curioso cappello verde da pescatore che gli dava un’aria da soldato delle Sturmtruppen, e considerando che proveniva dalla parte germanofona del Belgio, l’effetto era ancora più convincente.
Le nostre terrazze erano divise soltanto da una tenda bianca tirata con delle corde. Oggi, per fortuna, c’è un muro.
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