La sera, invece, chiamava Paolo.
Si portava la mano all’orecchio, con pollice e mignolo aperti a simulare un cellulare, e cominciava la conversazione. Lo vedevo dalla camera: nessun apparecchio, soltanto lui sul terrazzo che raccontava ad alta voce.
Paolo doveva avere parecchio tempo libero, perché le chiamate erano frequenti e non avevano un orario preciso.
I discorsi riguardavano soprattutto il cinema. Sosteneva di essere il nipote di un regista famoso, parlava di raccomandazioni, film e conoscenze importanti.
Poi passava alle presunte vicende sentimentali degli attori. Scamarcio, Muccino e altri nomi arrivavano nella mia stanza insieme al resto della telefonata.
Non avevo modo di sapere da dove prendesse quelle storie. Di certo lui le raccontava con grande sicurezza, come se Paolo stesse aspettando proprio quell’aggiornamento.
Una notte, verso l’una, ho provato a intervenire.
Gli ho chiesto di abbassare la voce, spiegando che la gente voleva dormire. Mi sembrava una richiesta ragionevole, soprattutto a quell’ora.
Non avevo considerato che potessi diventare anch’io un argomento di conversazione.
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