L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Piante

Siamo partiti per il viaggio di nozze con una pianta spinosa sul confine e siamo tornati trovandoci davanti una barriera alta più di tre metri.

Non è un modo di dire. Sopra il muro che divide i due giardini, già alto circa un metro e novanta, la nostra vicina aveva fatto montare una rete verde da un metro e mezzo. Nel punto in cui il muro si abbassa di una trentina di centimetri, la rete arrivava addirittura a un metro e ottanta. Tra pali, fascette, pezzi di plastica e rattoppi messi alla meglio, sembrava che qualcuno avesse provato a costruire il recinto di un campo sportivo usando ciò che aveva trovato in garage.

Mio marito rimase davanti al cancello con le valigie ancora in mano.

“Ma c’era prima?”

“No.”

“Sei sicura?”

“Amore, credo che mi sarei accorta di una rete alta un piano.”

Eravamo stanchi, avevamo dormito poco e fino a cinque minuti prima stavamo ancora parlando del viaggio. In un attimo ci ritrovammo a misurare il muro con il metro da lavoro, mentre dall’altra parte non si sentiva volare una mosca.

La storia era cominciata alcune settimane prima del matrimonio, per una questione che a noi sembrava risolvibile in dieci minuti. Nel giardino dell’appartamento accanto cresce una pianta piena di spine, una di quelle che si allargano in tutte le direzioni e si infilano ovunque trovino spazio. L’appartamento appartiene a una signora che non ci vive e viene dato in affitto a due donne. La pianta, invece, non sembrava appartenere a nessuno: le inquiline non la curavano, la proprietaria veniva raramente e i rami continuavano a superare il confine.

Il problema era che non sporgevano in una zona inutilizzata. Crescevano proprio sopra il passaggio e le scale che portano al nostro ingresso. Per rientrare in casa bisognava abbassarsi o spostare i rami con una mano. Più di una volta ci eravamo impigliati con una manica e mio marito, salendo con alcune buste della spesa, si era trovato una spina a pochi centimetri dall’occhio.

“Prima o poi qualcuno si fa male”, mi disse.

Mancavano pochi giorni al matrimonio e a casa nostra sarebbero passati parenti, amici e persone che venivano da fuori. Non volevamo che un ospite si strappasse un vestito o si prendesse una spina in faccia entrando.

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Prima di toccare la pianta avevamo comunque parlato con la proprietaria dell’appartamento. Mio marito le aveva mostrato i rami e le aveva chiesto se potesse accorciarli dalla nostra parte.

“Certo, fate pure”, aveva risposto lei. “Anzi, grazie. È un lavoro in meno anche per noi.”

Con quel consenso, mio marito aveva tagliato soltanto ciò che invadeva il nostro passaggio. Non aveva sradicato la pianta, non era entrato nel giardino altrui e non aveva fatto una potatura completa. Aveva eliminato alcuni rami dal nostro lato, raccolto tutto e pulito le scale.

La sera stessa una delle inquiline ci aveva fermati.

“Chi vi ha autorizzati a tagliare la pianta?”

“La proprietaria.”

“Quella pianta la gestiamo noi.”

“Abbiamo tolto soltanto i rami che arrivavano sulle nostre scale.”

“Non potevate farlo.”

Mio marito provò a mantenere la calma.

“Uno mi è quasi finito in un occhio. Non potevamo continuare a passare così.”

“Bastava avvisare.”

“Abbiamo avvisato la proprietaria.”

“Dovevate avvisare noi.”

Era una discussione nella quale ogni risposta produceva una nuova regola. Se avessimo parlato con loro, probabilmente avrebbero detto che serviva il permesso della proprietaria. Avendo parlato con la proprietaria, scoprivamo che avremmo dovuto chiedere alle inquiline.

“Va bene”, disse mio marito. “La prossima volta vi avvisiamo. Però la pianta non può continuare a entrare nel nostro passaggio.”

“Vedremo.”

Quel “vedremo” rimase lì, ma in quei giorni avevamo altro a cui pensare. Ci sposammo, salutammo tutti e partimmo. Credevamo che la questione fosse finita con qualche ramo tagliato e una vicina risentita.

Invece, durante la nostra assenza, comparve la rete.

La prima cosa che facemmo fu fotografarla. La seconda fu scrivere alla proprietaria, convinti che ne sapesse qualcosa.

“Buongiorno, abbiamo visto che è stata installata una recinzione molto alta sopra il muro di confine. Possiamo sapere che cosa è successo?”

La risposta arrivò dopo qualche ora.

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“Quale recinzione?”

Le mandammo le foto.

Ci telefonò immediatamente.

“Ma io non ho autorizzato niente del genere.”

“Quindi non lo sapeva?”

“Assolutamente no. Pensavo avessero messo al massimo una piccola rete per la pianta.”

Le chiedemmo di parlare con le inquiline e di capire chi avesse fatto il lavoro. Non volevamo partire subito con contestazioni, lettere o segnalazioni. Eravamo appena tornati dal viaggio di nozze, avevamo ancora scatoloni e regali in soggiorno e l’ultima cosa che desideravamo era aprire una guerra sul confine.

Intanto, però, guardavamo quella struttura dal giardino e ci saliva il nervoso. Stavamo sistemando quello spazio da mesi, un lavoro alla volta, facendo sacrifici e rinunciando ad altro. Avevamo sistemato il prato, scelto le piante, recuperato alcuni mobili da esterno e progettato una piccola zona per mangiare fuori. Ora, lungo tutto un lato, avevamo una rete enorme fissata sopra il muro, storta in alcuni punti e coperta da fogli di plastica che si muovevano con il vento.

La cosa più assurda era che non aveva nemmeno risolto il problema per cui, secondo noi, era stata montata. I rami della pianta continuavano a infilarsi tra le maglie e a passare dalla nostra parte. Non avevamo più soltanto le spine: avevamo le spine con l’impalcatura.

Dopo alcuni giorni la proprietaria ci disse di aver parlato con le inquiline, senza ottenere molto.

“Sostengono che la rete si possa mettere.”

“Ma lei ha dato il permesso?”

“No, però dicono che è una struttura rimovibile.”

“È fissata sopra il muro.”

“Lo so. Ho visto le fotografie.”

“Quindi la faranno togliere?”

Seguì un silenzio poco rassicurante.

“Devo informarmi.”

Da quel momento cominciò il rimpallo. La proprietaria diceva che avrebbe parlato con loro, loro sostenevano di aver già chiarito con la proprietaria e, nel frattempo, la rete restava dov’era.

Provai allora a scrivere direttamente all’inquilina. Preparai il messaggio con attenzione perché non volevo darle alcun pretesto per dire che l’avevo aggredita. Le spiegai che non contestavamo il suo diritto alla privacy, ma l’altezza, il modo in cui la struttura era stata montata e soprattutto il fatto che nessuno ci avesse detto nulla. Le proposi di parlarne e trovare una soluzione più decorosa per entrambe le parti.

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La risposta fu una sola riga:

“Ti invito a informarti meglio, la recinzione può essere messa.”

La rilessi più volte. Non c’era un saluto, non c’era una spiegazione e non c’era alcuna disponibilità a discutere. Soltanto l’invito a informarmi, come se mi avesse appena sorpresa a protestare contro l’esistenza dei muri.

Risposi:

“Mi sto informando. Intanto ti sto chiedendo perché avete installato una struttura così alta sul confine mentre eravamo via, senza parlarne né con noi né, a quanto dice, con la proprietaria.”

“Non dobbiamo chiedervi il permesso per tutto.”

“Non ho scritto questo.”

“Volete controllare quello che facciamo a casa nostra.”

“Il muro divide le due proprietà e la rete supera abbondantemente il muro. Non riguarda soltanto casa vostra.”

Visualizzò e non rispose.

Due giorni dopo, mentre stavo annaffiando, sentii parlare dall’altra parte. Una delle due donne disse ad alta voce:

“Adesso non si può avere nemmeno un po’ di privacy.”

L’altra rispose:

“Certa gente vuole guardare dappertutto.”

Non potevano vedermi per via della loro stessa rete, ma sapevano benissimo che ero in giardino perché avevano sentito l’acqua. Rimasi ferma con il tubo in mano, domandandomi se valesse la pena rispondere. Alla fine dissi soltanto:

“Guardate che il problema non è la privacy. È aver montato una cosa del genere senza dire niente.”

Cadde il silenzio. Poi sentii una porta chiudersi.

Da quel giorno cominciarono le piccole provocazioni. Quando uscivamo in giardino, la plastica sulla rete veniva sistemata o tirata con forza. Se parlavamo tra noi, dall’altra parte partiva una radio. Una mattina trovammo altri due pezzi di telo aggiunti nella zona più vicina alle scale, fissati con fascette bianche completamente diverse dalle precedenti. Sembrava che la struttura crescesse durante la notte.

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