Il posto disabili davanti al nostro condominio è quasi sempre vuoto, ma non perché il vicino a cui è stato assegnato non abbia la macchina. Ne ha due, e con quelle due macchine riesce a occupare stabilmente tre parcheggi liberi.
Quando il Comune gli assegnò lo stallo riservato, nessuno ebbe nulla da ridire. Sapevamo che ne aveva diritto e la questione finì lì. Una mattina arrivarono gli operai, tracciarono le linee gialle, montarono il cartello con il numero dell’autorizzazione e, nel giro di poche ore, lui ebbe il suo posto proprio accanto all’ingresso.
Il problema cominciò qualche settimana dopo, quando ci accorgemmo che non lo usava praticamente mai.
All’inizio pensavamo fosse una coincidenza. Lasciava la prima macchina in mezzo a due spazi davanti al cancello e la seconda qualche metro più avanti, parcheggiata abbastanza larga da rendere inutilizzabile anche il pezzo accanto. Il posto riservato, invece, restava libero.
Una sera rientrai dal lavoro e trovai la solita disposizione: due auto, tre parcheggi occupati e lo stallo giallo completamente vuoto. Feci due giri dell’isolato, poi lasciai la macchina a quasi quattrocento metri da casa. Mentre tornavo a piedi lo vidi alla finestra.
Mi seguì con lo sguardo fino al portone.
Il giorno dopo incontrai sua moglie sulle scale e provai a chiederglielo con calma.
“Scusa, ma come mai non mettete almeno una delle auto nel vostro posto?”
“Quale posto?”
“Quello riservato.”
“Perché dovremmo?”
La domanda mi spiazzò.
“Perché è vostro e davanti non si trova mai parcheggio.”
Lei strinse le spalle.
“I posti bianchi sono di tutti.”
“Appunto. Quello giallo, invece, è assegnato a voi.”
“Ma possiamo parcheggiare anche nei bianchi.”
Non era falso, almeno in linea generale, e non avevo alcuna intenzione di mettermi a discutere di codici e regolamenti sul pianerottolo. Le feci soltanto notare che una delle loro macchine occupava spesso due spazi.
“È grande”, rispose.
Era una utilitaria.
Lasciai perdere, convinto che almeno dopo quella conversazione avrebbero fatto un po’ più di attenzione. La mattina successiva l’utilitaria era parcheggiata ancora più larga, perfettamente al centro tra due possibili posti. Quasi una dimostrazione pratica.
Nel condominio cominciammo a parlarne perché il parcheggio era già scarso prima. Siamo dodici famiglie, molti hanno due auto e davanti al palazzo ci sono pochi stalli. Nessuno pretende di parcheggiare sotto casa ogni sera, ma vedere un posto riservato sempre vuoto mentre due automobili ne rendevano inutilizzabili altri tre cominciava a far innervosire tutti.
La signora del primo piano, che ha più di settant’anni e cammina con il bastone, una mattina lo fermò davanti all’ascensore.
“Mi scusi, ieri ho dovuto lasciare la macchina in fondo alla via. Non potrebbe parcheggiare un po’ più diritto?”
Lui la guardò senza nemmeno fingere di non aver capito.
“Se non sa camminare, si faccia accompagnare.”
Lei rimase immobile.
“Non le ho chiesto di accompagnarmi. Le ho chiesto di non occupare due posti con una macchina.”
“Era parcheggiata bene.”
“Era sulle strisce.”
“Allora chiami i vigili.”
La porta dell’ascensore si chiuse con lei dentro e lui rimase nell’atrio a controllare la posta come se non fosse successo niente.
Fu in quel periodo che capimmo come funzionava davvero il sistema. Lui era quasi sempre in casa e dalla finestra del soggiorno vedeva tutta l’area davanti al condominio. Quando una delle sue macchine usciva, l’altra veniva spostata immediatamente per conservare più spazio possibile.
Se, per esempio, la moglie usciva alle otto, lui scendeva pochi minuti dopo e metteva la propria auto di traverso tra due stalli. Quando lei tornava, spostava di nuovo tutto: una macchina davanti, una dietro e abbastanza spazio inutilizzabile nel mezzo da impedire a chiunque altro di inserirsi.
Un sabato mattina rimasi sul balcone apposta per controllare, perché mio marito sosteneva che stessi vedendo intenzioni dove magari c’era soltanto incapacità di parcheggiare.
Alle nove e dieci la moglie uscì con la prima macchina. Alle nove e diciassette lui scese, accese la seconda, fece retromarcia di mezzo metro e la lasciò esattamente al centro dello spazio che si era liberato. Alle undici, quando una vicina partì per andare a fare la spesa, tornò giù e la spostò ancora.
Mio marito guardò tutta la scena da dietro la tenda.
“Va bene”, disse. “Non è incapace.”
“No.”
“È organizzato.”
La conferma definitiva arrivò pochi giorni dopo. Uno dei condomini, stanco di tornare ogni sera e assistere a quel gioco, lo affrontò direttamente.
“Ma lo fai apposta?”
Il vicino non cercò nemmeno una scusa.
“Sì.”
“Per quale motivo?”
“Perché mi va.”
“Hai un posto riservato che non usa nessuno.”
“Quello è mio.”
“Infatti. Usa quello.”
“Uso quello che voglio.”
Il condomino gli chiese se si rendesse conto che, con due auto, impediva spesso di parcheggiarne tre. Lui sorrise e diede la risposta che da quel momento cominciò a circolare in tutto il palazzo.
“Lo faccio per rompere i maroni.”
Non lo disse durante uno scatto d’ira e nemmeno dopo una lunga discussione. Lo disse con tranquillità, quasi soddisfatto che finalmente qualcuno avesse riconosciuto il lavoro.
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