L'erba del vicino non è sempre più verde

Storie dal vicinato

Gli do il mio balcone?

Il mio balcone è diventato parte del cantiere del vicino prima ancora che io decidessi se concederglielo.

Tutto è cominciato con un messaggio ricevuto alle sette e quaranta del mattino:

“Ciao! Stiamo rifacendo l’intonaco. Possono usare il tuo balcone per la rasatura della mia parte? Ci serve solo per qualche giorno, tranquilla!”

Rilessi il messaggio due volte. Non tanto per la richiesta, che poteva anche avere una ragione tecnica, ma per il modo in cui era stata formulata. Non c’era un “ti andrebbe?”, un “possiamo parlarne?” o almeno un “mi dispiace disturbarti”. Sembrava l’avviso di una consegna: domani passano gli operai, prepara il balcone.

Il mio appartamento confina con il suo e i due balconi sono separati da un divisorio laterale. La parte di facciata che dovevano sistemare si trovava proprio vicino a quel punto, quindi immaginai che gli operai avessero bisogno di appoggiarsi dalla mia parte per lavorare meglio. Potevo comprenderlo, ma il balcone non era vuoto. C’erano un tavolino, due sedie, lo stendino, alcune fioriere e una decina di piante che coltivavo da anni. In estate ci facevo colazione e, lavorando spesso da casa, era il posto in cui uscivo a prendere aria.

Risposi:

“Ciao. Prima di dirti sì avrei bisogno di capire quando, per quanti giorni e come dovrebbero accedere.”

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Mi rispose quasi subito:

“Ma niente di che, si affacciano un attimo e fanno la rasatura. Due o tre giorni massimo.”

“Entrano da casa mia?”

“Credo di sì, perché dalla nostra parte non riescono ad arrivare bene.”

Quel “credo di sì” mi colpì parecchio. Mi stava chiedendo di far entrare degli sconosciuti in casa, attraversare il soggiorno con secchi e attrezzi e lavorare sul mio balcone, ma non aveva ancora verificato nemmeno come dovesse essere organizzato il lavoro.

Gli chiesi di parlare direttamente con il responsabile del cantiere. Dopo un’ora mi telefonò un uomo che si presentò come il caposquadra.

“Signora, è una cosa veloce. Dobbiamo rasare un metro e mezzo di parete e rifinire vicino al divisorio.”

“Quanti operai entrerebbero?”

“Uno, massimo due.”

“Per quanti giorni?”

“Una giornata dovrebbe bastare, poi magari torniamo per la finitura.”

“Quindi non due o tre giorni?”

“Dipende da come asciuga.”

“Proteggerete il pavimento e le piante?”

“Certo, mettiamo tutto.”

Il vicino aveva parlato di un affaccio veloce, il caposquadra di almeno due accessi e dei tempi di asciugatura. Non erano ancora entrati e già la durata dei lavori cambiava a seconda di chi rispondeva.

Dissi che avrei voluto pensarci fino a sera.

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“Aspetta che cosa devi pensare?” mi scrisse il vicino pochi minuti dopo. “Senza il tuo balcone non possono finire.”

“Devo capire come organizzarmi. Non posso lasciare entrare persone in casa senza sapere quando vengono.”

“Sono operai, mica sconosciuti.”

Per lui evidentemente le due categorie si escludevano. Se una persona arrivava con una cazzuola, smetteva automaticamente di essere uno sconosciuto.

Provai a spiegargli che non volevo impedirgli di fare i lavori, però desideravo alcune garanzie: una data concordata, una fascia oraria precisa, la protezione del balcone, nessun materiale lasciato lì e la responsabilità per eventuali danni. Lui visualizzò e non rispose per quasi due ore, poi mi mandò un pollice alzato.

La mattina successiva, alle otto meno dieci, qualcuno suonò al citofono.

“Signora, siamo quelli della facciata.”

Mi affacciai alla finestra e vidi due operai davanti al portone, uno con un secchio e l’altro con una scala pieghevole.

Scesi senza aprire.

“Mi dispiace, ma non avevamo concordato oggi.”

“Il proprietario ci ha detto che potevamo entrare.”

“Il proprietario di quale appartamento?”

“Quello accanto.”

“Il balcone è il mio.”

Si guardarono tra loro. Non avevano colpe, questo era evidente. Erano stati mandati lì convinti che fosse tutto sistemato.

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Telefonai al vicino.

“Ci sono due operai davanti al portone.”

“Sì, così cominciano.”

“Non ti ho dato il permesso.”

“Mi hai scritto tutte le condizioni e io ho messo il pollice.”

“Il pollice significa che hai letto, non che puoi mandarmeli a casa quando vuoi.”

“Ma ormai sono lì. Li fai salire cinque minuti?”

“Con una scala e due secchi non credo siano cinque minuti.”

Lui sospirò come se fossi io a complicare una questione semplicissima.

“Va bene, allora digli di tornare domani. Però mi stai bloccando i lavori.”

Non ero ancora riuscita a dire un vero no e mi ritrovavo già responsabile del ritardo del suo cantiere.

Mandai via gli operai e concordammo finalmente il giorno successivo, dalle otto e trenta alle dodici e trenta. Il vicino mi assicurò che sarebbe stato presente e che avrebbero coperto tutto. Passai la sera a spostare le piante più piccole in soggiorno. Le fioriere grandi erano troppo pesanti, quindi le lasciai vicino alla ringhiera e le coprii con alcuni teli.

Mentre trascinavo dentro l’ultimo vaso mi domandai in quale momento una cortesia richiesta da lui fosse diventata un trasloco organizzato da me.

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