Decido di affrontare la strada buia in salita, il pastore tedesco di Rozmarin è ormai diventato nostro amico, anche se continua a sbucare dal nulla, nel buio più totale, facendomi perdere ogni volta almeno un anno di vita, almeno ha smesso di ringhiare.
Sono le undici di sera e porto fuori i cani, l’unico motivo che riesce a convincermi a uscire a quest’ora, altrimenti sarei già steso sul divano con un libro o davanti a Netflix.
Percorro tutta la stradina, passo davanti alla casa della signora che vaga con il passeggino vuoto, poi davanti all’abitazione di Rozmarin e a quella della coppia Matrioska, dove lui è il contenitore di lei.
Arrivo davanti a una piccola casa sulla sinistra che vedo anche dalla finestra del nostro appartamento e che ho sempre creduto disabitata.
È una specie di bifamiliare tutta sviluppata su un piano, la parte sinistra è ormai in rovina, il tetto è sfondato e davanti all’ingresso c’è un cumulo di macerie ormai ricoperto dalla vegetazione, quella di destra invece è circondata da un muro di mattoni grezzi alto circa due metri, anche se alcuni gradini nascosti dai rovi fanno intuire che dall’interno sia molto più basso.
Sopra il muro una vecchia tettoia in legno collega la recinzione alla casa, davanti è parcheggiato un vecchio Gilera Phantom nero, poco più avanti una macchina grigia piena di bozze e appoggiati al muro ci sono tre teli mare Marlboro bianchi e rossi.
Quella casa, evidentemente, non è affatto abbandonata.
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