Le voci di ballatoio raccontavano che fosse riuscita a farsi intestare l’intero immobile da un anziano imprenditore, conquistato dalle sue doti persuasive. Quanto ci fosse di vero non l’ho mai saputo, ma in quel palazzo una voce diventava certezza dopo aver attraversato tre pianerottoli.
Su di lei e sul figlio circolavano racconti di ogni tipo: frequentazioni poco raccomandabili, presunti commerci illegali e una sospetta attività di gestione di signorine dedite alla felicità altrui. Erano soltanto storie riferite dagli inquilini, ma venivano raccontate con una ricchezza di particolari degna di un verbale giudiziario.
Con gli abitanti del suo regno d’amianto manteneva rapporti burrascosi. Litigava con tutti, accumulava denunce e gestiva ogni contestazione con la delicatezza di un caterpillar.
Nei pochi mesi trascorsi lì assistetti a liti sui balconi, risse nell’androne, minacce, arrivi delle forze dell’ordine e persino automobili incendiate. Ogni volta che sentivo gridare uscivo sul pianerottolo con la discrezione di una vedetta, fingendo magari di controllare la posta.
Avevo soprannominato l’edificio “Palazzo Gomorra”.
Lascia una risposta