Non è semplice restare seduti in tribuna mentre degli adulti insultano tuo figlio sedicenne come se fosse il responsabile di tutti i loro fallimenti. Mio figlio aveva sbagliato qualcosa quel giorno e io, poco dopo, avrei sbagliato anche di più. Forse, per qualche minuto, i vicini da incubo siamo stati tutti noi, perché quando credi di essere nel giusto diventa molto facile superare il limite.

Mio figlio non era un fenomeno con il pallone, ma amava il calcio e, appena compiuti sedici anni, decise di iscriversi all’AIA e diventare arbitro. La cosa gli piaceva davvero e io cercavo di assecondarlo, anche se significava accompagnarlo ogni domenica mattina su un campo diverso. Il viaggio non era la parte peggiore: la parte peggiore era stare sugli spalti e ascoltare genitori adulti insultare un ragazzo poco più grande dei calciatori in campo.

Mamme che urlavano cattiverie irripetibili, padri che bestemmiavano e uomini convinti che una partita giovanile fosse una finale mondiale. Da padre era difficile non reagire, ma mio figlio sembrava sopportare tutto meglio di me. Entrava in campo, arbitrava e cercava di non farsi intimidire.

Un giorno gli assegnarono una partita vicino a casa. L’allenatore di una delle squadre era anche il nostro vicino, un uomo che abitava due piani sopra di noi. Ci conoscevamo, ci salutavamo sulle scale e i rapporti erano abbastanza cordiali, anche se non andavano oltre qualche convenevole.

Quando arrivai al campo lo vidi da lontano, poi presi posto nella piccola tribuna. La partita cominciò e quasi subito partì il coro dei genitori: “Arbitrooo, è fuorigioco!”, gridavano persino durante una rimessa laterale. Con il passare dei minuti il gioco diventò più nervoso e mio figlio faticò a tenere a bada i ragazzi. Dagli spalti, intanto, continuavano a piovere urla.

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