Nel lontano ‘93, i miei genitori fanno quello che a loro sembrava un colpo da maestro.
Un investimento per il futuro.
Compravano un lotto di terra — mica un orticello — su cui immaginavano di costruire due case grandi, quasi palazzine.
Un progetto ambizioso: vivere noi, vivere i miei zii materni e, con un po’ di organizzazione, ricavare pure degli appartamentini separati per noi figli, quando saremmo stati grandi.
Una specie di feudo familiare, dove ognuno aveva il suo spazio, ma senza rinunciare al “buongiorno” e al caffè insieme.
Il lotto si trovava in fondo a una corte.
Dietro, un campo di proprietà del fratello di chi ci aveva venduto il terreno.
Il fratello, tra l’altro, abitava subito a fianco, separato da una striscia di terra — sempre sua — che era già stata espropriata dal Comune per farci passare una strada.
Quella strada sarebbe stata la chiave di tutto.
Sarebbe.
Lascia una risposta