Non è passato.
Dopo un paio di notti tranquille — quasi un’illusione — arrivano loro. Due cani di taglia grossa, più qualche medio. E lì il cortile diventa un’orchestra. Non più abbai isolati, ma un coro disordinato di ululati profondi, continui, che ti vibrano dentro lo stomaco.
Quella notte non è stata solo insonnia. È stata una specie di tortura lenta. Ogni volta che stavo per addormentarmi, partiva un altro abbaio, più forte, più vicino. Il caldo, il rumore, la frustrazione… a un certo punto avevo quasi le lacrime agli occhi per la stanchezza.
La mattina dopo ero uno zombie nervoso. Ho fatto un casino assurdo con i miei genitori: volevo andare lì, suonare, parlare, implorare anche — ma almeno dire qualcosa. E invece niente. “Non vogliamo creare malumori”, dicevano. Malumori. Come se io stessi dormendo su una nuvola.
Il pomeriggio arriva, l’aria è ancora più pesante, e — ovviamente — arrivano altri cani.
E lì qualcosa scatta.
Non è stata una decisione ragionata. È stato proprio un clic. Sono uscita, ho attraversato il cortile come una furia, e ho iniziato a urlare. Ma urlare davvero. Non le classiche lamentele educate: proprio uno sfogo pieno, stanco, arrabbiato. Penso che mi abbiano sentita a chilometri di distanza. Penso che in quel momento non mi importasse nemmeno di cosa stessi dicendo, purché capissero.
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