Da lì inizia una vera e propria odissea. Cinque anni di tribunale. Cinque anni di carte bollate, avvocati, raccomandate, controdenunce. A un certo punto, arriva pure una seconda denuncia, sempre per “esproprio”. Come se avessi rubato un appezzamento di terra a una famiglia contadina nel 1800.
Nel mezzo, scene da commedia grottesca: la polizia che viene a controllare il parcheggio, i carabinieri chiamati per una “lite condominiale”, la municipale che arriva a misurare con la rotella il perimetro dell’asfalto.
La ciliegina sulla torta? Il giudice dell’ultima udienza, esasperato quanto me, si gira verso il mio vicino e dice:
“Adesso basta. La piantate. Perché non vincerete mai. Punto.”
Giuro. Lo ha detto così, testuali parole. E io lì, che avrei voluto alzarmi e applaudirgli.
Fine della storia? Macché.
Perché da allora, pur non potendo più farmi causa, il mio caro vicino ha deciso di adottare il metodo più vigliacco e subdolo: il vandalismo silenzioso. Da allora, ancora oggi, mi trovo l’auto graffiata. Sempre sullo stesso lato. Sempre righe lunghe, sottili, fatte apposta per sembrare casuali ma abbastanza profonde da lasciare il segno. Una volta addirittura una scritta incisa, che non riporto per decenza.
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