Di fronte a me, al quarto piano del palazzo, abita una famiglia composta da mamma, papà e una figlia che avrà poco più di vent’anni. Il padre, a dire il vero, non l’ho mai sentito parlare. Penso si sia rassegnato. La figlia si affaccia raramente. Ma la madre… la madre compensa per tutti e tre. È come avere un megafono umano installato sul balcone di fronte.
Ogni giorno, da febbraio, questa donna imposta la sua giornata come fosse una maratona radiofonica di urla. Dalle 8 del mattino in poi – e non è un modo di dire, alle 8 in punto parte – comincia con le telefonate. E non sono le classiche chiamate per sentire la sorella o la cugina: sono vere e proprie litigate. Ogni santo giorno. Urla, bestemmie, insulti che neanche in una rissa da bar. Il tutto a volume tale che anche se chiudo le finestre, sento parola per parola.
Quando non litiga al telefono, litiga con la figlia. E indovinate dove? Esatto: sempre sul balcone. È come se quel metro e mezzo di spazio esterno fosse la loro arena familiare. Che poi uno potrebbe anche pensare: magari è gente col carattere forte, capita. Ma qui non è questione di carattere, è un’abitudine. Un’abitudine molesta.
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