Quel giorno avevo parcheggiato lungo la strada, in uno spazio libero vicino al condominio. Non esistono parcheggi esterni assegnati al nostro stabile e non c’erano cartelli, numeri o indicazioni che riservassero quel punto a qualcuno.
Per il vicino, però, quel posto era suo perché ci parcheggiava da dieci anni.
Lo disse a mio marito con la sicurezza di chi sta mostrando un atto notarile. La mia automobile doveva essere spostata e, in futuro, avrei dovuto lasciarla da un’altra parte. Non perché avessi bloccato un accesso o creato un pericolo, ma perché avevo occupato il posto che lui aveva scelto come proprietà personale un decennio prima.
A quel punto intervenni dalla finestra, ancora in accappatoio e con i capelli bagnati. Gli spiegai che la strada era pubblica e che, non essendoci posti assegnati, parcheggiava chi trovava libero. Era una regola piuttosto semplice: chi arriva per primo lascia l’auto, chi arriva dopo ne cerca un altro.
Lui continuò a ripetere che metteva la macchina lì da dieci anni.
Come se la proprietà privata maturasse per usucapione dopo un certo numero di parcheggi consecutivi.
Provai nuovamente a spiegargli che abitare nel palazzo da più tempo non gli consentiva di prenotare un pezzo di strada per sempre, ma non voleva una spiegazione. Voleva che togliessi la macchina e che riconoscessi il suo grado superiore nella gerarchia del condominio.
Quando gli dissi che quel discorso mi aveva stancata e non aveva alcun senso, trovò immediatamente il vero problema: non il parcheggio, ma il fatto che io fossi una donna con la quale, a suo dire, non si poteva parlare.
Evidentemente sarebbe stato possibile discutere con me soltanto se avessi risposto: “Ha ragione, mi scusi, non sapevo che il Comune le avesse regalato questo tratto di strada per fedeltà decennale”.
Lascia una risposta