Ho capito che il giardino condominiale non era più davvero comune la mattina in cui sono uscito in ciabatte e ho messo un piede in una chiazza di urina del cane della vicina. Non era la prima volta che trovavo la mia parte sporca, ma quella è stata la volta in cui ho smesso di raccontarmi che bastasse avere un po’ di pazienza.
Abito al piano terra in un piccolo condominio di quattro famiglie. Davanti agli appartamenti c’è un giardino condiviso, diviso più dalle abitudini che da vere separazioni: ognuno cura la zona davanti alle proprie finestre, taglia l’erba e sistema qualche vaso. Non esistono recinzioni interne, ma per anni nessuno ha avuto bisogno di spiegare che la parte davanti a casa degli altri non fosse il posto ideale dove lasciare rifiuti, sedie o animali senza controllo.
Poi la famiglia del piano di sopra ha preso un cane.
Non ho niente contro gli animali, anzi, il problema non è mai stato il cane. Il problema è che la vicina apre il portone, lo lascia uscire e torna tranquillamente in casa. Lui scende, corre dappertutto, scava dove trova la terra più morbida e, per qualche misterioso motivo, preferisce fare pipì sempre davanti alle mie finestre.
All’inizio lasciavo perdere. Rastrella una volta, sciacqua una seconda, rimetti a posto un vaso e pazienza. Dopo qualche settimana, però, il piccolo pezzo di prato che curavo era diventato una pista: buche, terra sparsa sulle piastrelle e chiazze gialle nell’erba.
Una mattina ho incontrato la vicina sulle scale.
“Scusa, quando fai uscire il cane potresti controllarlo? Viene sempre nella parte davanti a casa mia.”
“Ma il giardino è comune.”
“Comune non significa che devo pulire io quello che fa lui.”
“Fa solo pipì.”
“Fa pipì, scava e butta fuori la terra dai vasi.”
Lei ha alzato le spalle.
“È un cane, cosa vuoi che faccia?”
“Vorrei che lo accompagnassi, visto che è il tuo.”
Mi ha risposto che al mattino aveva fretta, che non poteva stare dietro a ogni movimento dell’animale e che, se mi dava tanto fastidio, avrei potuto mettere una piccola barriera intorno alla mia zona.
Quindi il cane era suo, ma la recinzione avrei dovuto comprarla io.
Non ho voluto litigare. Ho messo alcuni vasi più pesanti lungo il bordo del prato e ho sperato che bastassero. Il giorno dopo il cane li ha aggirati. Due giorni più tardi ha scavato proprio dietro uno di quelli, spargendo mezzo sacco di terriccio sulle mattonelle.
Quando gliel’ho fatto notare, la vicina ha sorriso.
“Almeno ti smuove la terra.”
Come se avessi assunto un giardiniere particolarmente creativo.
La situazione è peggiorata quando il cane ha cominciato a uscire anche nel primo pomeriggio. Io lavoro su turni e, quando sono a casa di riposo, provo almeno a dormire un’ora dopo pranzo. Puntualmente sentivo il portone aprirsi, le zampe correre sulle scale e poi il cane arrivare sotto la finestra. Una volta ha cominciato ad abbaiare contro un vaso rovesciato e lei, dal piano superiore, gli gridava di smetterla senza neppure scendere.
“Dai, vieni su!”
Il cane continuava ad abbaiare.
“Ho detto vieni su!”
Dopo cinque minuti sono uscito io, l’ho accompagnato verso l’ingresso e ho suonato il campanello.
La vicina ha aperto appena.
“Te lo riporto.”
“Grazie, è che sto facendo una cosa.”
“Anch’io stavo facendo una cosa. Dormivo.”
“Eh, ma lui non mi ascolta.”
“È proprio per questo che non dovresti lasciarlo fuori da solo.”
Ha afferrato il cane per il collare e ha chiuso la porta senza rispondere.
Pensavo che il peggio fosse dover disinfettare le piastrelle ogni due giorni. Non avevo ancora fatto i conti con il resto dei rumori provenienti dal piano di sopra.
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